Francesco Riccardini: Si è spento il torinese Carlo Fruttero, 85 anni tra cronaca e romanzi
E’ morto ieri all’età di 85 anni Carlo Fruttero, scrittore torinese conosciuto per i romanzi gialli scritti in coppia con Franco Lucentini. Se n’è andato nel giorno dedicato al suo romanzo più famoso “La donna della domenica” pubblicato nel 1972 e diventato subito un successo. Era la storia di un delitto nella Torino bene degli anni Sessanta, tra l’elegante collina della città e una Porta Palazzo ancora dominata dalle bancarelle gestite dai meridionali, senza traccia di stranieri. Ad interpretare sullo schermo la trasposizione del romanzo fu Marcello Mastroianni. E proprio l’anno scorso dal libro fu tratta una fiction tv, interpretata da Gianpaolo Morelli.
L’attività di Fruttero è andata avanti fino alla fine. Dopo la morte per suicidio dell’amato collega Lucentini, avvenuta nell’estate 2002, Carlo Fruttero aveva trovato il coraggio e la speranza per continuare la sua attività di narratore, pubblicando due romanzi: “Visibilità zero” e “Donne informate sui fatti”. Per la festa dei 150’ anni dell’Unità d’Italia, lo scrittore aveva avviato un nuovo sodalizio letterario con Massimo Gramellini, vicedirettore di La Stampa. Con lui aveva scritto un’antologia di episodi dedicati alla storia d’Italia, intitolata “La Patria, bene o male”. Una raccolta di curiosità scovate con l’acume e l’ironia spiazzante da timido torinese, caratteristiche che lo hanno sempre contraddistinto nell’arco della lunga carriera .
Carlo Fruttero si distingueva per l’umiltà e la ritrosia con cui parlava di se stesso. E poi le sigarette sulle labbra, le amate sigarette da cui non si separava mai, perché come usava ripetere: “Se smetto di fumare, smetto di scrivere e quindi smetto di vivere”. Forse adesso ha ripreso a fumare anche lassù, dove avrà riabbracciato la moglie e l’amico di sempre…
da: http://futura.unito.it/blog/2012/01/16/si-e-spento-carlo-fruttero-85-anni-tra-cronaca-e-romanzi/#more-15852
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Umberto Eco compie 80 anni - in Usa esce un volume celebrativo
Lo scrittore Umberto Eco
Umberto Eco si appresta a compiere 80 anni regalando ai suoi lettori una nuova versione del “Nome della rosa” e ricevendo in dono dagli Stati Uniti un imponente volume celebrativo scritto da 25 intellettuali per la prestigiosa collana “The Library of Living Philosophers”. L’intellettuale italiano vivente più famoso al mondo, come lo definiscono le biografie, taglierà il traguardo giovedì 5 gennaio.
Il semiologo e saggista piemontese, nato nel 1932 ad Alessandria, festeggerà il compleanno nell’intimità della sua famiglia, radunata nella quiete del “buen ritiro” delle campagne marchigiane. Da anni Eco trascorre le vacanze natalizie nell’ex convento dei gesuiti che ha ristrutturato a Monte Cerignone, un paese di circa 680 anime in provincia di Pesaro e Urbino.
Già dagli esordi del 2012 sarà lo stesso Umberto Eco a fare una specie di “regalo” al suo pubblico, italiano e straniero, mandando in libreria una nuova versione di “Il nome della rosa”, il romanzo con cui debuttò nella narrativa nel 1980, vincitore di numerosi premi, compreso lo Strega, bestseller internazionale tradotto in 44 lingue e venduto in 30 milioni di copie.
Il suo storico editore Bompiani annuncia per le prossime settimane la versione riveduta e corretta del “Nome della rosa” e il prossimo 25 gennaio uscirà in Francia la prima traduzione straniera del nuovo “Nome”, che sarà pubblicata da Grasset. Il romanzo, molto amato in Francia, è stato inserito dal quotidiano francese Le Monde tra i 100 libri più rappresentativi del XX secolo.
da: http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/436722/
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PAOLO PEJRONE: grande architetto paesaggista
06/01/2012
PAOLO PEJRONE
Nato a Torino il 7 giugno 1941, si laurea nel 1969 in Architettura al Politecnico di Torino.
Diventa allievo di Russell Page, uno dei più grandi architetti paesaggisti inglesi del 900, presso il cui studio lavora e studia a Londra dal 1970 al 1972. Nel 1972 andrà invece a fare lo stage di lavoro e studio a Rio de Janeiro presso Roberto Burle Marx, grande paesaggista brasiliano.
Nel 1979 è socio fondatore dell’A.I.A.P.P., Associazione Italiana Architetti del Paesaggio, di cui nel 1994 è nominato delegato presso l’IFLA, Federazione nternazionale Architetti Paesaggisti.
E’ nominato Vice Presidente per l’Italia nel 1996 dell’I.D.S., International Dendrology Society di Londra, di cui è socio attivo dal 1980 e consigliere dal 1990. Ancora nel 1996 è eletto membro onorario dell’Association “Les Amateurs de Jardins” di Parigi e nel 1998 è l’ideatore, nonché tra i promotori e fondatori, dell’Accademia Piemontese del Giardino, sede in Torino, con soci europei ed extraeuropei.
Dal 1970 lavora in Italia, Francia, Svizzera, Austria, Arabia Saudita, Grecia, Inghilterra e Germania come architetto di giardini.
Tra i numerosi giardini progettati, tra pubblici e privati, circa 800, si ricordano in particolare le aree verdi dell’albergo Pitrizza in Costa Smeralda, dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino, dell’Hotel Excelsior a Venezia, degli alberghi Four Season e Principe di Savoia a Milano, della Banca Popolare di Lodi in Torino, dello stabilimento Cartiera Bosso di Mathi, dello stabilimento Furla in Bologna, dell’Hotel Pellicano a Porto Ercole, della PKB Privatbank filiale di Lugano in Svizzera, della stazione Sassi a Torino, della Galleria d’Arte Moderna a Torino, del Castello di Touffou a Poitiers in Francia nonché i numerosi giardini privati in Umbria, Toscana, Lazio, Piemonte, Liguria, Sardegna, Puglia, Calabria e Veneto e all’estero in Svizzera, Corsica, Francia, Germania, Austria, Arabia Saudita ed Inghilterra e pubblici come nel comune di Villar Perosa (Torino), di Cavallermaggiore (Cuneo), di Parma, di Saluzzo (Cuneo), Savigliano (Cuneo) e a Offenburg in Germania.
In campo editoriale collabora dal 1972, sul tema del giardino, continuativamente alle riviste Tempo, Europeo e Casa Vogue e saltuariamente ai giornali La Stampa e Panorama. Tiene dal luglio 1999 la rubrica “Fiori e giardini” su "Tuttolibri", supplemento settimanale del quotidiano La Stampa. Ha scritto i libri “In giardino non si è mai soli – Diario di un giardiniere curioso”, pubblicato nel 2002 e “Il vero
giardiniere non si arrende – Cronache di ordinaria pazienza”, pubblicato nel 2003, il cui successo (100.000 copie vendute) è tale da spingere la casa Editrice Feltrinelli a pubblicare nel 2005 anche in edizione tascabile il libro “In giardino non si è mai soli – Diario di un giardiniere curioso”. In precedenza scrisse nel 1983 il libro “Per un giardino di estro garbato”, edito dalla casa Editrice Condè Nast. Tra il 2003 ed il 2004 collabora ad una serie di articoli con la rivista “Giardinaggio”, edizione Il
Sole 24 ORE e nel 2005 ha iniziato la collaborazione con la rivista “Ville e Giardini”, edizioni Mondadori.
Nel 1988 vince il concorso internazionale della Bicocca (Milano) con l’architetto Vittorio Gregotti.
Dal 1992 idea e organizza la mostra-mercato "Tre giorni per il Giardino" al Castello di Masino.
Nel 2004 riceve la nomina a Commendatore dell’Ordine “Al Merito della Repubblica taliana”, conferita dal Capo dello Stato.
Sempre nel 2004 partecipa al Concorso Internazionale di Progettazione dei “Giardini di Porta Nuova” in Milano – area Garibaldi Repubblica – in qualità di architetto paesaggista della capogruppo prof. arch. Giancarlo De Carlo (finalista).
Negli ultimi tre anni ha effettuato una serie di registrazioni per RAI e LA 7.
da: http://images.to.camcom.it/f/ChiSiamo_CameraDiCommercio/Bi/BiografiaPEJRONEfoto.pdf
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Giulio Einaudi divoratore di giovani
Giulio Einaudi nacque a Dogliani (Cn), il 2 gennaio 1912. Studiò al liceo d’Azeglio di Torino, fra i compagni futuri intellettuali come Bobbio e Ginzburg, con cui fondò la sua casa editrice. Morì nel 1999
Einaudi non era un conservatore. Aveva rispetto per persone e cose d’altri tempi; ma la sua voracità di novità era incontenibile. Era questo uno dei motivi per cui era un grande divoratore di giovani. In essi egli vedeva ogni possibile espressione di insubordinazione a ordini precostituiti; incontrava freschezza di sguardi; cercava il grumo di sensibilità inedite e di intelligenze non ancora addomesticate. Il giovane, oltre ogni retorica generazionale, era nella sua considerazione potenzialmente ricchissimo di umori incontaminati, ovviamente non era inghiottito dai ranghi di alcuna accademia, lucido e verginale, in una sorta di condizione di natura, senza depositi di polvere, né appesantito dai cascami di qualche ideologia, libero da discipline di partito. Dalle parole di un giovane potevano come d’incanto farsi evidenti prospettive impensate. In via di formarsi su una qualsiasi strada, poteva rivelare un talento. E allora Einaudi, come un cacciatore in savane urbane, si apprestava alla cattura della sua preda, sfruttandone l’inesperienza e solleticandone la curiosità, accendendolo di interessi o provocandone una qualche reazione.
Le sue strategie di avvicinamento e di viluppo nelle sue spire quasi sempre letali erano molteplici. Einaudi creava l’occasione di un incontro e a seconda della persona che aveva di fronte cominciava le sue misurazioni strategiche con sistemi diversi e non di rado bizzarri. Attacchi frontali, digressioni, aggiramenti, silenzi gonfi di aspettative, oppure domande incalzanti, apparentemente ingenue o decisamente imbarazzanti. Individuato in un seminario universitario, nel corso di un dibattito pubblico, nella confusione di una festa privata, nel corso di un viaggio al fianco di qualche più celebre intellettuale, Einaudi irretiva il giovane di turno confondendone subito il senso di orientamento: trascinandolo su una automobile e trasferendolo in uno dei suoi «laboratori» abituali, trattorie periferiche dimesse negli arredi e scadenti nel cibo, viottoli isolati fra i boschi della collina torinese, piccole biblioteche di provincia custodi di qualche rarità bibliografica, abitazioni di amici, preferibilmente nel Ponente Ligure.
In quei luoghi di varia banalità, egli innescava le micce della sua implacabile curiosità e sottoponeva il suo interlocutore a una serie di imponderabili prove. Einaudi sapeva benissimo che anche la più dotata delle sue giovani scoperte poteva cadere in uno dei suoi innumerevoli tranelli; spesso il giovane svettava nella sua considerazione dimostrandosi capace di opportuni silenzi, abile nel sottrarsi ai più facili e insidiosi inviti verbali, capace di reggere sguardi prolungati senza parole goffamente orientate a riempire spazi sonori. Il giovane che avesse saputo evitare la trivialità delle consuetudini, dei luoghi comuni, che fosse stato capace di poche secche opinioni, a sua volta senza fronzoli e magari ostentando più fastidio che soggezione per quelle crudeli messe in scena, ebbene quello guadagnava punti preziosi nelle classifiche che Einaudi stilava quotidianamente su persone e cose. Non erano armi solo sue; era un po’ lo stile della casa. Anche Calvino era uno specialista in colloqui astrusi, fatti prevalentemente di pesanti sospensioni della parola, intervallati da finta balbuzie, divaganti su temi prima di una apparente vaghezza e poi improvvisamente deviati senza possibilità di fuga su un tema di cultura su cui il malcapitato interlocutore era costretto a giocarsi l’intera posta. Erano pratiche crudeli che piacevano molto ai soci fondatori di quella nobile associazione di spiriti eletti. Ed Einaudi, di quelle pratiche iniziatiche, che altrove sarebbero state definite di selezione del personale o qualcosa di simile, era il gran sacerdote, l’inimitabile officiante.
Così Einaudi scovava i suoi giovani collaboratori, con prove che avevano ovviamente tassi altissimi di mortalità, ma che quasi sempre gli consentivano di appropriarsi di una linfa vitale, di catturare una idea. Speculare a quella indagine che sviscerava letteralmente il fortunato o il malcapitato a cui toccava di sostenere la prova suprema, Einaudi giocava la partita della umiliazione dei suoi più vecchi sodali; per accecare la giovane preda e incoraggiarla a una reazione genuina, non esitava a zittire, a mortificare, a ridicolizzare i suoi uomini più fidati, a metterne in gioco persino l’autorevolezza. Essi sapevano, ma non sempre i modi di Einaudi consentivano di assorbire gli urti come battute di un copione conosciuto; per quanto preparati alla visione di quei sacrifici umani e a esserne coinvolti, più di una volta queste rappresentazioni finivano con strascichi che guastavano relazioni consolidate e ferite urticanti difficili da sanare. In quei momenti di caccia Einaudi ostentava un cinismo difficilmente sopportabile, dimostrava di saper fare terra bruciata attorno a sé anche in zone che apparivano affrancate da rapporti fiduciari ferreamente assicurati da anni di consuetudine e di lavoro. D’altronde, Einaudi ha sempre fatto così, ha scoperto nuove creature e le ha messe alla prova con una euforica impazienza emotiva e con una metodica pazienza artigianale.
Gran parte degli amori e dei disamori di Giulio Einaudi, di quella che è stata giudicata una regia relazionale spietata e al tempo stesso accorta, proficua di incontri e noncurante di scontri, è stata dettata dalla insaziabile curiosità per la segretezza, le incognite, le potenzialità di persone sconosciute, appena incontrate, raccontate da qualcuno, intraviste fra le pieghe di qualche avvenimento. Tutto ciò, per sua stessa ammissione, aveva lo scopo di favorire un continuo rinnovamento; non senza l’intenzione beffarda di irridere ogni ambiente che assumesse una gestualità conformistica, che si paludasse di una presunta classicità, che si celebrasse e si compiacessedi sé. Non c’è da stupirsi che i critici di Einaudi siano stati molti, spesso con visuali opposte: chi additandolo come estenuato cultore di retoriche e vezzi giovanilistici; chi ritraendolo come l’impietrito custode di un passato lontanissimo, di una chiesa politica e culturale dai riti inesorabilmente inattuali. Ma, assumendo il punto di vista di Einaudi, quelle visuali erano entrambe distorte. Egli, semplicemente, cercò sempre di stanare nel lavoro quotidiano anticipazioni di futuro, idee e persone. Naturalmente, alla sua maniera.
da: http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/436555/
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Miro: Giorgio Faletti – Comico, scrittore, cantante, un piccolo genio by Asti
lunedì 7 novembre 2011
Giorgio Faletti, c'è chi lo considera un genio e chi lo definisce come il miglior scrittore italiano vivente.
E' lecito pensare che forse entrambe le affermazioni siano volutamente esagerate ma una cosa è certa: Giorgio Faletti è uno di quei talenti come raramente se ne vedono. La sua specificità è la poliedricità e questa volta non si tratta di un semplice modo di dire ma di un vero e proprio dato di fatto.
Uno, nessuno e centomila, verrebbe da dire, visto che Faletti ha indossato i panni del comico, del cantante (e autore di canzoni), e, "last but not least" dello scrittore. E non a tempo perso.
Un notissimo magazine settimanale, che esce in allegato al Corriere della sera, all'uscita del suo primo romanzo, "Io uccido", ha lanciato Faletti in copertina con il tonitruante appellativo di "massimo scrittore italiano vivente".
Nato ad Asti il 25 novembre 1950 Giorgio Faletti si è laureato in Giurisprudenza ma l'idea di chiudersi in uno studio legale non gli piaceva affatto. Forte del suo carisma istrionico, ci prova con lo spettacolo e dopo un breve approccio col mondo della pubblicità si dedica al cabaret, approdando quasi immediatamente al locale culto per eccellenza, il "Derby" di Milano.
Nello stesso periodo sul palco del locale circola tutta la crème della comicità degli anni a venire: Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Paolo Rossi e Francesco Salvi (poi anche collega nel mitico "Drive in"). Un'importante occasione si presenta quando ha modo di partecipare alla fortunata commedia "La tappezzeria" di Enzo Jannacci.
Il debutto televisivo arriva nel 1982 con la trasmissione "Pronto Raffaella" condotto dall'inossidabileRaffaella Carrà, per poi continuare su Antenna 3 Lombardia con "Il guazzabuglio" al fianco di Teo Teocoliper la regia di Beppe Recchia.
Ed è proprio l'ormai navigato regista, deus ex machina di molte trasmissioni Rai, che nel 1985 lo lancia in "Drive in" il programma comico che ha segnato un nuovo modo di fare televisione.
I personaggi creati da Faletti sono letteralmente irresistibili, la sua fantasia è sfrenata e scoppiettante. Eccolo dunque nei panni di un fantomatico "Testimone di Bagnacavallo", o dello stralunato "Carlino" (famoso per il tormentone sul "giumbotto"), o del "Cabarettista Mascherato", come di "Suor Daliso". Ma in questa carrellata sarebbe un delitto dimenticare il superlativo "Vito Catozzo", un personaggio dalla parlata tutta sua che è arrivato ad influenzare il lessico di tutti i giorni (culattacchione, mondo cano, porco mondo che ciò sotto i piedi...).
Il successo viene confermato con "Emilio", la trasmissione con Zuzzurro e Gaspare nella quale lancia il personaggio di "Franco Tamburino" l'improbabile stilista di Abbiategrasso e una gustosa caratterizzazione di Loredana Berté, fresca signora Borg.
Nello stesso tempo porta avanti una carriera d'autore, collaborando ai testi di altri comici fra cui Gigi Sabani ed Enrico Beruschi. Partecipa inoltre a "Fantastico '90" al fianco di Pippo Baudo, Marisa Laurito e Jovanotti e, successivamente, a "Stasera mi butto... e tre!" con Toto Cutugno.
In quel periodo, a causa di un'operazione al ginocchio che lo costringe all'immobilità per circa due mesi, si avvicina casualmente al mondo della musica. Comincia un'attività di cantautore che sfocia nel primo album "Disperato ma non serio" dal cui brano di punta "Ulula" viene tratto un fortunato videoclip pluripremiato a Rimini Cinema, Umbria Fiction e al Festival di Cinema di Montreal.
Questa attività porta Giorgio Faletti contemporaneamente a scrivere canzoni per Mina, Fiordaliso, Gigliola Cinquetti, oltre ad una fortunata collaborazione con Angelo Branduardi.
In termini di visibilità personale raggiunge il "top" con la partecipazione al Festival di Sanremo 1994 dove, con "Signor tenente" commuove il grande pubblico e vince il Premio della Critica, classificandosi secondo; si riconferma l'anno successivo con "L'assurdo mestiere", canzone caratterizzata da una insospettabile vena malinconica e riflessiva e vincendo con l'album omonimo il Premio Rino Gaetano per la parte letteraria delle canzoni.
La comicità rimane tuttavia parte integrante del suo modo di essere: lo dimostrano il fortunato libro "Porco mondo che ciò sotto i piedi" edito da Baldini e Castoldi, dove racconta episodi di vita del suo personaggio preferito, "Vito Catozzo", e ancor di più nello spettacolo teatrale "Tourdeforce" dove abbina l'umorismo e la caratterizzazione dei personaggi, alla canzone d'autore.
In seguito, ospite fisso della trasmissione "Roxy bar" al fianco di Red Ronnie, ha conosciuto un'ulteriore affermazione personale.
Come anticipato l'ultima metamorfosi del sorprendente Giorgio Faletti è quella che lo ha portato a scrivere scegliendo un genere tipicamente "made in USA". Il suo thriller "Io uccido", certo anche grazie al vigoroso lancio massmediatico, ha venduto un numero record di copie (oltre 1 milione e trecentomila).
Jeffery Deaver, maestro del thriller, autore di numerosi best-seller ("Il collezionista di ossa", "Lo scheletro che balla", "La scimmia di pietra", per citarne alcuni), ha detto di lui e del suo lavoro: "Uno come Faletti dalle mie parti si definisce "larger than life", uno che diventerà leggenda".
Ma non finisce qui. Giorgio Faletti cerca di confermarsi uno degli scrittori italiani più brillanti dell'ultimo periodo: il 5 ottobre 2004 è uscito il suo nuovo romanzo "Niente di vero, tranne gli occhi", in cui il beffardo assassino protagonista del thriller compone i corpi delle sue vittime come i personaggi dei Peanuts. Il lavoro è un nuovo grande successo oltre che una positiva conferma.
Nel novembre del 2005 Faletti riceve dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il Premio De Sicaper la Letteratura.
All'inizio del 2006 esce nelle sale il film "Notte prima degli esami", dove interpreta lo spietato docente di lettere Antonio Martinelli.
Dopo la Montecarlo di "Io uccido" e il binomio Roma-New York di "Niente di vero tranne gli occhi", a due anni di distanza esce "Fuori da un evidente destino" (2006), ambientato in Arizona e in cui tra i protagonisti vi sono gli indiani Navajos, ai quali il romanzo è dedicato. Già mesi prima dell'uscita del libro Dino De Laurentiis ha acquistato i diritti per realizzare un film.
Dopo "Pochi inutili nascondigli", una raccolta di racconti pubblicata nel 2008, nella primavera del 2009 viene data alle stampe la prima edizione del romanzo "Io sono Dio". Nel novembre del 2010 esce il suo sesto romanzo, dal titolo "Appunti di un venditore di donne".
Mirò
Fonte: Biografieonline.it
da: http://www.ilcinzanino.org/2011/11/giorgio-faletti-comico-scrittore.html
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Raffaele Palma, l'arte della satira senza condizionamenti
11/10/2011
Magia? No, burla!
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Raffaele Palma, l'arte della satira senza condizionamenti
Intervista di Nico Ivaldi
Ridere, ridere, ridere ancora.
Sembrano adattarsi alla perfezione a Raffaele Palma (disegnatore, umorista, insegnante di satira, scultore, scrittore, storico dell’arte) i versi della celebre canzone di Vecchioni.
Cinquantasette anni ben portati, sorriso luminoso, una voce che conquista: trenta e più anni fa Palma suscitava scalpore al premio “Satira politica” di Forte dei Marmi per le sue sculture polimateriche, vere e proprie satire contro i poteri, militare e clericale, soprattutto.
Oggi organizza tour molto particolari a Torino per dimostrare come i fregi, i decori, i mascheroni scolpiti sui palazzi della cosiddetta “città magica”, invece che simboli del male in realtà, altro non sono se non scherzi lasciati da architetti e operai burloni. Un’interpretazione scientifica anche la sua, sulla quale, verrebbe da dire, c’è ben poco da scherzare.
Dunque, sempre di risate si tratta.
“Nasco umorista” racconta Palma, all’interno delle fresche sale della Gam. “Ebbi la fortuna di lavorare fianco a fianco con mostri sacri come Giorgio Cavallo. Lui e altri sostenevano che il dono del saper ridere fosse un dono naturale che andava solo raffinato. Io invece sostengo tuttore che la risata, con determinate tecniche linguistiche o di comportamento, si può anche apprendere”.
La curiosità spinge Palma (tra i primi in Italia a diffondere i motivi della comicità e dell’umorismo quali fonti di benessere, salute e risoluzione dei conflitti interiori) a organizzare nell’89 l’incontro "Sorriso e Salute", patrocinato dall'Ordine Nazionale dei Medici e dall'Ordine Nazionale dei Farmacisti, e poi, in seguito, a tenere corsi di aggiornamento per gli insegnanti sull’arte del saper e far ridere.
“Ancora prima di Patch Adams, dagli Stati Uniti mi contattarono psicoterapeuti della risata. Oggi negli ospedali girano pagliacci. Io sono d’accordo solo se fanno ridere i bambini malati, non gli adulti che, se sofferenti di disturbi psichiatrici particolari, possono essere ancor più destabilizzati, invece di trarne un reale beneficio”.
Allora non è vero che si può ridere sempre e di tutti?
“Tutte le forme della risata sono valide, ma entro certi limiti. Secondo me, in ogni atteggiamento negativo della vita c’è comunque un aspetto paradossale e se tu questo paradosso lo sai mettere a fuoco nella giusta luce, ti viene da sorridere. Quando parliamo di “ironia della sorte” in un evento negativo, è una frase che già ci fa vedere come in un evento negativo, ci possa essere l’aspetto della risata. Ma questo riusciamo a coglierlo solo quando siamo coinvolti in prima persona. Se riusciamo a farlo con noi stessi, abbiamo raggiunto un traguardo importante: non soltanto quello di superare l’aspetto negativo della vita, ma di vederlo a livello parossistico. Quando organizzavo “Torino Black Humour”, dove partecipavano alcuni tra i più importanti disegnatori umoristi europei, mi sono scontrato più volte con svariate associazioni di volontariato verso i disabili. Pensa che, dopo aver fatto il volontario per l’Avo, ne sono stato allontanato, perché, mi dissero, “tra gli infermi non c’è posto per il buonumore, ma solo per la sofferenza”. Per fortuna, molti, tragli stessi disabili, hanno preso le mie difese: hanno capito che si può anche ridere delle proprie disgrazie”.
Chi fa della satira può avere condizionamenti?
“Assolutamente no, ed è il motivo per cui, nel corso della mia attività di disegnatore umoristico, ho collaborato poco con giornali, proprio per non essere costretto a rispettare la linea politica di quel giornale. L’artista dev’essere libero di potersi esprimere. Purtroppo la stragrande maggioranza dei miei colleghi ha venduto la propria satira per un’ideologia politica e questo, per un anarchico come me, è una cosa tristissima”.
Dunque non esistono disegnatori liberi?
“Certo, ma sono pochi. Giorgio Forattini è uno di questi perché lui, coerente con se stesso, è corso sempre dietro al miglior offerente, e infatti ha lavorato con Paese Sera, Repubblica, La Stampa, Il Giornale, insomma con testate di diversi orientamenti politici. Oggi, che ha ottant’anni, i suoi lavori li mette in rete sul sito”.
E con i politici come sono stati i tuoi rapporti?
“Non sempre buoni. Ti racconto questo fatto. Tanti anni fa, quando lavoravo per il Comune di Torino come insegnante di umorismo e satira nelle scuole medie inferiori, andai a fare un servizio su oggetti grotteschi (vasi, anfore, ecc.) al cimitero monumentale, per una mostra che stavo preparando. Visto che alcune foto non vennero bene, io e il fotografo ritornammo una settimana dopo al cimitero, ma quegli oggetti non c’erano più. Allora rifotografammo il tutto e mandammo il servizio a varie testate giornalistiche. Al Comune mi chiesero come mai non avessi dato a loro le foto. E io dissi: Perché voi lo sapevate già dell’esistenza di quegli oggetti. Morale: da quel giorno mi tolsero i corsi. Per protesta feci 40 giorni di sciopero della fame, ma ottenni un’insperata pubblicità. Tutti parlavamo di me”.
E come andò a finire?
“Che sul tavolo dell’allora sindaco Castellani piovvero oltre tremila cartoline di protesta firmate da insegnanti e studenti affinchè venissero ripristinati i miei corsi. Così venni riassunto, poi l’iniziativa andò a morire naturalmente negli anni successivi”.
E la Chiesa?
“Fu l’unica a non arrabbiarsi, nonostante avessi ironizzato, in un’area sacra, su aspetti inerenti il cattolicesimo. Sempre in tema religioso, mi sono anche occupato di smitizzazioni umoristiche relative alla Sacra Sindone, collaborando con uno studioso della materia, Don Giuseppe Terzuolo, sacerdote salesiano bibliotecario della Basilica Santuario di Maria Ausiliatrice di Torino. Nella cappella della Sindone, ad esempio, ci sono delle scritture antropomorfe di donne con tanto di seno di fuori, con una specie di gonnellino africano. Non c’entrano niente con il sacro. Da questo studio ho tratto un libro, uno dei quindici in oltre trent’anni di attività”.
Intanto nel 1984, Palma aveva fondato il il CAUS, Centro Arti Umoristiche e Satiriche (www.caus.it),
la cui attività si sviluppa nel campo dell'arte, della grafica, della comunicazione, dell'ambiente e dell'architettura, nella didattica e nella pedagogia nonché nella formazione scolastica e universitaria con corsi indirizzati agli studenti e al corpo insegnante. Promuove mostre, manifestazioni, convegni e dibattiti a carattere nazionale ed internazionale. Ma soprattutto organizza tour a testa in su per Torino…
“Tutto nasce quando, da bambino, andavo a passeggio con mio papà, che osservava curioso monumenti, lapidi e sculture e si chiedeva: “Ma chissà cosa rappresenta, e chissà cosa c’è scritto, cosa vuol dire..” M’incaricava di documentarmi e di dare risposte alle sue curiosità. Col tempo la sua è diventata anche la mia curiosità, e così anch’io mi sono messo a girare la mia città, a descrivere rilievi, lapidi, incisioni e la relativa anedottica, per tracciare itinerari turistici alternativi”.
E che cos’hai scoperto?
“Che più guardo Torino e più vedo che ci sono tante cose da scoprire. Questa città sintetizza un mondo artistico che andrebbe conosciuto da tutti. La sua immagine turistica non è solo data dai monumenti e dalle opere architettoniche, ma anche dai suoi decori, vere e proprie opere d’arte e d’artigianato, fatti in muratura, in gesso, in ferro battuto, in vetro”.
Hai girato tutta la città?
“Sì, naturalmente il quartiere più ricco di fregi è il centro”.
La tua missione è: sdrammatizzare Torino…
“Ho scoperto e dimostrato che certe leggende magiche su rilievi e mascheroni, diffusesi negli anni ’70, creando l’aura di città magica, non hanno fondamento. Gli stessi aneddoti, con variazioni minime, si trovano anche in altre città del mondo”.
Fotografie di Norberto Tosetti
Qualche esempio?
“Il mascherone sul Mastio della Cittadella, al di sopra di una porta finta. Simbolo del male? No, uno sberleffo ai nemici, che tentavano di forzare l’uscio. Quando di accorgevano dell’inganno, alzavano gli occhi al cielo e vedevano il mascherone che faceva la linguaccia. Ma Il grottesco, il goffo, il brutto, l’innaturale, lo trovi anche sull’esterno delle chiese. E allora ti chiedi come mai? Verosimilmente è preso da un’arte pagana per scongiurare l’ingresso del male. Ovviamente è una diceria, non sappiamo se l’architetto voleva fare proprio quello intenzionalmente”.
da: http://www.piemonte-magazine.it/cerca_articolo.asp?articolo=1144&txt=raffaele palma&offset=
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Nuoto: Alice Franco campionessa europea della 25 km!
domenica 11 settembre 2011, 15:14

Non smette più di stupire la straordinaria Alice Franco, nuotatrice di fondo astigiana tesserata per l'AstiNuoto e per l'Esercito; dopo la medaglia di bronzo ai mondiali di Shangai oggi si è aggiudicata il titolo europeo sempre nella 25 km che ormai è diventata a tutti gli effetti la sua gara.
Nella "maratona" del nuoto disputata a Eilat in Israele, che quella maschile sulla stessa distanza ha chiuso i campionati europei, Alice Franco ha dimostrata le sue grandi qualità di fondista e la sua abilità tattica nella gestione della gara, mantenendosi sempre nel gruppo delle prime per poi sferrare l'attacco vincente a 1500 metri dalla fine ed imporsi con 19"1 di vantaggio sulla spagnola Dominguez e con 20"6 sulla ceca Pechanova.
Alice Franco, allenata da Pino Palumbo, chiude alla grande una meravigliosa stagione, molto lunga e dura, che l'ha vista protagonista assoluta con il terzo posto mondiale, il titolo europeo a cui va aggiunto anche il terzo posto nella 10 km alle Universiadi disputate in Cina; adesso arriva per lei il momento del meritato riposo.
Europei di Eilat (Israele)
Classifica finale della 25 km femminile
1. Alice Franco 5h26'23"6
2. Margarita Dominguez (Spa) 5h26'42"7
3. Jana Pechanova (Cze) 5h26'44"2
Federica Vitale ritirata
Martina Grimaldi squalificata
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Consiglio regionale del Piemonte: Cattaneo commemora Dalla Chiesa
“Oggi ricordiamo un figlio del nostro Piemonte, un figlio del profondo senso delle istituzioni, dell’attaccamento all’ordine e alla difesa dello Stato”. Così Valerio Cattaneo, presidente del Consiglio regionale, ha ricordato la figura del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a ventinove anni dalla sua uccisione, per opera della mafia, insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo.
La commemorazione è avvenuta a Collegno, venerdì 2 settembre, nel parco dedicato al gen. Dalla Chiesa. Cattaneo è intervenuto quale oratore ufficiale, su invito del sindaco Silvana Accossato, alla presenza di numerose autorità, fra cui il gen. Pasquale Lavacca, comandante della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, e molti cittadini.
“Nel ricordo di tutti gli italiani – ha detto Cattaneo - è ben presente, oltre alla tragica morte, anche l’impegno e il lungo servizio reso dal generale nell’Arma dei Carabinieri, con cui veniva addirittura identificato, negli anni bui del terrorismo, quando impersonò la risposta più coraggiosa ed efficace alla sfida che le Brigate Rosse e gli altri gruppi armati osarono portare al cuore stesso delle istituzioni”.
“La commemorazione del generale Dalla Chiesa – ha proseguito Cattaneo - avrebbe un valore puramente retorico se oggi, a distanza di così tanti anni, non fossimo in grado di capire il suo insegnamento, soprattutto la profonda dedizione alle Istituzioni repubblicane che lo ha portato sino alla morte come oggi avviene, purtroppo, ancora per molti servitori dello Stato, esponenti delle Forze dell’Ordine, magistrati, funzionari integerrimi, e per i militari italiani inviati nelle missioni di pace in molti paesi del mondo”-
La lezione che offre la vicenda di Carlo Alberto Dalla Chiesa, per chi ha responsabilità pubbliche, secondo Cattaneo “significa improntare tutto il proprio impegno al rispetto della legalità e della giustizia, lavorando con forza e coraggio insieme a tutti i cittadini per un’Italia consapevole delle proprie potenzialità, in cui l’azione pubblica e privata è indirizzata nei limiti imposti dalla legge, limiti che non sono e non devono essere ostacoli o intralci, ma binari attraverso cui compiere il cammino verso la crescita sociale, culturale, civile ed economica dell’intera comunità”.
dtomatis - da: http://www.consiglioregionale.piemonte.it/cms/comunicati/2011/settembre/357-cattaneo-commemora-dalla-chiesa.html
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Lutto nella comunità ebraica torinese: Addio a Giorgina Levi, la "voce" della Shoah
03/09/2011
Giorgina Arian Levitorino
È morta nella notte a Torino Giorgina Arian Levi, saggista, storica, giornalista, a lungo deputata del Pci, ma soprattutto una delle testimoni della Shoah. Imparentata con Palmiro Togliatti, aveva da poco compiuto 101 anni. Il decesso è avvenuto all’ospedale Mauriziano dove era stata ricoverata dopo un malore avuto nella casa di riposo della comunità israelitica dove da tempo era ospite.
L’anno scorso per i suoi 100 anni era stata festeggiata dal Comune di Torino che le aveva consegnato il sigillo civico della città. La cerimonia avvenne nella Sala Rossa che l’aveva vista consigliera comunale dal 1957 al 1964, poi deputata fino al 1972.
La parentela con Togliatti è da parte di mamma, Gemma Montagnana che era sorella di Rita, prima moglie del «migliore». Giorgina Arian Levi era una battagliera di natura. Sposata con il medico tedesco Heinz Arian, anche lui ebreo, per sfuggire al nazifascismo emigrò in Bolivia nel 1939 e vi rimase fino al 1946.
Da quando rientrò in Italia, Giorgina Arian Levi non smise mai l’impegno politico, civile, spendendosi innanzitutto a diffondere tra i giovani la memoria della Shoah e con essa i valori della libertà, del rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali di ogni popolo. Si è dedicata anche alla ricerca storica sul movimento operaio, sull’America Latina e sulle comunità ebraiche in Piemonte. È stata fondatrice e per molti anni direttore del periodico ebraico «Ha Keillah» e membro del Consiglio della Comunità israelitica di Torino.
da: http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/418492/
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Pallapugno: il centenario del campionissimo Augusto Manzo nato il 20 agosto 1911
ago 5th, 2011
di webmaster
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Cento anni fa, il 20 agosto 1911, nasceva Augusto Manzo. S. Stefano Belbo, dove era nato, ed Alba, dove è vissuto dal dopoguerra alla morte (1982), lo ricordano con una serie di iniziative.
Il programma del centenario della nascita partirà da S. Stefano Belbo, sabato 20 agosto, alle ore 10 con la posa di una lapide alla casa natale di Manzo, mentre, alle 16, ad Alba, al monumento ci sarà una commemorazione e alle ore 17, in San Domenico, l’inaugurazione della mostra a lui dedicata con foto e ritratti realizzati da Massimo Berruti e con la proiezione di un documentario sul balon.
“Manzo fu uno dei pallonisti più vincenti della storia quindi diversi esperti lo reputano il più completo e forte giocatore di sempre considerando che gareggiava in pallapugno e pallone col bracciale ricoprendo costantemente il ruolo di battitore che è il più importante e faticoso dei ruoli della squadra.
Nacque in una famiglia di pallonisti, difatti con i suoi tre fratelli formò una quadretta, ossia squadra, partecipando a certi tornei di professionisti della pallapugno. Si appassionò di pallapugno in età infantile e vinse il suo primo torneo quando era dodicenne. Nel 1928 a Torino vinse il campionato giovanile. Vinse i titoli italiani nel 1932, 1933 e 1935, in una squadra di Torino, poi nel 1936 prestò servizio militare nei granatieri di Sardegna a Roma. Nel 1937 si trasferì a Livorno ingaggiato nel famoso sferisterio Marradi, poi modificato in arena, attratto dal più remunerativo pallone col bracciale e vi rimase per diverse stagioni assieme ai più famosi atleti del tempo; vinse il campionato in quello stesso anno a Macerata poi si confermò campione in un’altra squadra nel 1942 quando la partita finale si disputò a Rimini. Nel dopoguerra, terminata la parentesi del bracciale con la chiusura di tanti sferisteri e la conseguente fine del professionismo, tornò in Piemonte dove, dal 1947 al 1951, vinse 5 titoli italiani consecutivi di pallapugno in una squadra di Alba. Dopo il suo ritiro dall’attività agonistica a 52 anni, si calcola che Manzo abbia disputato almeno 3.500 partite di pallapugno e 1.500 di pallone col bracciale, aggiudicandosi centinaia di trofei, medaglie e coppe. Svolse pure attività politica dal 1951 risultando eletto consigliere comunale di Alba come indipendente nella lista della Democrazia Cristiana.
Il 17 settembre 1982 Manzo restò gravemente ferito in un incidente automobilistico morendo pochi giorni dopo in ospedale ad Alba. Di Manzo saranno certamente sempre ricordate la regolarità, l’intelligenza e stile di gioco unitamente alla sua eccezionale forza d’animo, serenità di spirito e resistenza fisica. Il 16 giugno 2007 ad Alba in piazza monsignor L.M. Grassi fu posta la statua che ritrae il celebre campione nel momento della battuta.” (da Wikipedia)
da: http://www.vallibbt.com/2011/08/05/pallapugno-il-centenario-del-campionissimo-augusto-manzo/
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Carlo Petrini fondatore del movimento culturale Slow Food.
Carlo Petrini conosciuto come "Carlin" (Bra, 22 giugno 1949) è un gastronomo, giornalista e scrittore italiano, fondatore del movimento culturale Slow Food.
CARLO PETRINI
Si chiama Gola (nel cognome della levatrice il destino del neonato) l’ostetrica che il 22 giugno 1949, a Bra in provincia di Cuneo, assiste la signora Maria Garombo Petrini nel suo primo parto (casalingo, come allora usava). Al piccolo, che già in culla mostra un’incontenibile vivacità, è imposto il nome del nonno, Carlo Petrini, ferroviere, all’indomani della Grande Guerra consigliere comunale del Psi e poi del Pcd’I, arrestato durante l’ultima delle “spedizioni punitive” con cui, nel 1921, lo squadrismo fascista stronca l’esperienza della giunta democratica guidata dal sindaco socialista Lenti. La famiglia di Carlin, come tutti continueranno a chiamare il primogenito di Maria e Giuseppe Petrini (nel 1957 nascerà una bambina, Chiara), appartiene alla piccola borghesia impiegatizia e artigiana: la mamma dirige l’asilo nido comunale, il papà ha un’officina di elettrauto. Carlin cresce tra la casa paterna e quella della nonna, generazioni e ambienti diversi anche nei costumi alimentari: «Mentre i miei, lavorando entrambi fuori casa, avevano, più “modernamente”, il fulcro della convivialità familiare nella cena, da mia nonna si mangiava un pasto completo solo a mezzogiorno: la sera, pane e formaggio, una tazza di caffelatte e subito a nanna. Ma è lì che ho visto svolgersi e declinare il rapporto stretto tra produzione e consumo del cibo. Come chiunque allora vivesse non troppo lontano dalla campagna, mia nonna preparava marmellate e conserve per l’inverno, spellava galline e conigli, per poi cucinarli con pazienza e orrore per gli sprechi, e nelle stagioni giuste andava nei prati a raccogliere erbe spontanee e insalate selvatiche… La mia è stata l’ultima generazione che ha avuto modo di attingere al patrimonio di saperi e sapori di una società contadina al tramonto». Nei rapporti extrafamiliari, il nipote e omonimo del “massimalista” Carlo Petrini è da subito un leader: i quartieri periferici di una Bra dove i ragazzini possono ancora giocare nei cortili e in strada risuonano delle gesta della “banda di Carlin”, tra le più attive nel disputare ai rivali il controllo del territorio.
Con i luogotenenti, Azio Citi e Giovanni Ravinale, si forma un sodalizio politico-artistico che durerà fino alla morte prematura e improvvisa di Giovanni, nell’ottobre 1999. Dopo la Media, Petrini frequenta l’Itis di Fossano, a 20 chilometri da Bra, diplomandosi nel 1968. Nel frattempo si è radicata in lui la passione per l’impegno socio-politico. Comincia organizzando, da responsabile del settore giovanile della locale Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, raccolte carta per il Terzo Mondo e soccorsi alle vittime dell’ennesima esondazione del Tanaro, nell’autunno ’68. Prosegue iscrivendosi alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento e fondando a Bra, nel 1971, la Cooperativa Circolo Leonardo Cocito, che darà vita nel 1974 al periodico In Campo Rosso e l’anno successivo a Radio Bra Onde Rosse, la prima emittente libera d’Europa. Contro i ripetuti sequestri degli impianti e i procedimenti penali a carico degli amministratori della cooperativa – vicende che contribuiranno alla dichiarazione di incostituzionalità del monopolio radiotelevisivo statale – si mobilita l’intelligentsia che il gruppo di giovani braidesi ha saputo coinvolgere con le sue battaglie per i diritti civili e per l’alternativa al sistema di potere democristiano: tra gli altri Dario Fo, Franca Rame e tutta la “Comune” di Milano, Guido Aristarco, Carla Nosenzo Gobetti, Bianca Guidetti Serra, Leonardo Mosso, Nuto Revelli. Sempre del ’75 sono l’ingresso di Carlin nel Consiglio comunale di Bra, come rappresentante del Pdup, e la fondazione dello spaccio di Unità Popolare, circolo Cica-Crass affiliato all’Arci. Sotto le bandiere della medesima associazione si organizzano, nel triennio ’79-81, i festival di musica popolare Canté j’euv e, negli anni successivi, campi scuola estivi che porteranno in Langa ragazzi di tutta Italia. Da queste esperienze di “turismo sociale”, intrecciate con le riflessioni comuni al gruppo promotore della rivista La Gola, germinano le idee ispiratrici di Arcigola. Il periodo 1979-86 è di incubazione e formazione. Eletto nel consiglio nazionale dell’Arci, Carlin viaggia per l’Italia, prendendo contatto con altre realtà territoriali e di mercato; visita le grandi aree enogastronomiche d’Europa, partecipando nell’82-83 (con Gigi Piumatti e Massimo Martinelli) ai corsi di conoscenza dei vini che si tengono a Beaune, in Borgogna.
Tramite la Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo riversa queste esperienze in momenti di diffusione della cultura del gusto e di convivialità, anche fuori dai confini braidesi: all’insegna del binomio conoscenza-piacere si svolgono una grande festa in riva al Lago Maggiore, una cena di gala nell’ambito di un convegno di filosofi all’Università di Urbino, una giornata di promozione dei vini e della cucina di Langa a Mira (Ve), corsi di avvicinamento al vino per studenti torinesi. All’inizio degli anni Ottanta risalgono anche le prime collaborazioni di cronaca e critica gastronomica a giornali e guide (Barolo & C., Il Tanaro, la guida ai ristoranti dell’Espresso). All’interno del direttivo nazionale dell’Arci, Carlin patrocina la costituzione di una “lega gastronomica” che sintetizzi, anche nel nome, quanto sta maturando nella realtà associativa braidese e nel dibattito sviluppatosi sulle pagine de La Gola. Da qui in poi la sua biografia si confonde con la storia dei prodromi, della fondazione e dello sviluppo di SF.
Carlo Petrini e Giovanni Manassero (Presidente dell'Associazione Piemontesi nel Mondo di San Paolo - Brasile) nel 2010 a San Paolo
da: http://associazione.slowfood.it/associazione_ita/ita/dizionario/01.lasso
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Con Coppi sulle strade della libertà: prima puntata
Fausto Coppi
Nel 1945, alla fine della guerra, Fausto Coppi tornò a casa, a Castellania, partendo - in bicicletta - da Caserta. Abbiamo rifatto il suo stesso percorso, e lo racconteremo in dieci puntate. Questa è la primaMARCO ALBINO FERRARI
Il primo raggio di luce di quella tiepida alba di febbraio spuntò dietro il cono scuro del Vesuvio e andò a infuocare Posillipo, Mergellina e la costa rivolta a levante. Poi il sole girò lentamente sul golfo. Batté le facciate crivellate dai colpi, si infilò nelle vie ingombre di macerie, nelle piazze circondate da mozziconi di case, si posò sui lastricati luridi, tra i crateri minacciosi delle bombe. Andò a colpire le rotaie contorte del tram facendo luccicare l'acciaio, e le statue delle madonne nei tabernacoli agli angoli delle case. E con il sole, anche in quella tiepida alba di febbraio, la città, piano piano, si svegliò. Bastò un'ora, e già nelle vie respirava la vita. Uomini della Military Police si aggiravano curiosi nelle loro divise stirate attraverso il ventre torbido di Toledo, o giù al porto dove presto si sarebbero allineate le «bambine puttane».
La carne fresca dei bambini era in vendita sotto gli occhi distratti dei passanti, come d'altronde ogni cosa serbasse qualche parvenza di valore. Tutta la città era in vendita, un solo grande mercato, un suk miserabile tra borsanera e scambi di impensabili servizi dopo favolose transizioni commerciali. «Sciuscià! Sciuscià!», gridavano bambini scalzi con la spazzola in mano offrendo splendore alle scarpe dei militari; e le «capere» mostravano ai soldati le forbici sperando di tagliar loro i capelli. Il prezzo delle bambine - racconta il testimone oculare Curzio Malaparte - continuava a scendere, mentre era in rapida risalita quello dello zucchero, del pane, dell'olio, della farina. Intorno alla città i campi erano stati razziati, e l'acqua arrivava razionata, non riuscendo più a soddisfare la grande sete che sfibrava la città. Fu in quel mondo stravolto dalla guerra che Fausto Coppi, dopo anni trascorsi in campo di prigionia in Nord-Africa, scese dal piroscafo Città di Orano.
Ad attenderlo, così come per migliaia di ex prigionieri, una divisa senza mostrine, ma con un'Italietta di latta cucita sulla spalla sinistra, e un lavoro di aiutante a servizio di qualche ufficiale alleato. L'Italia aveva chiesto l'armistizio e ora, divisa in due, era alleata al Sud con gli americani, al Nord con i tedeschi in ritirata. Al soldato Coppi Fausto Angelo, nato a Castellania il 15 settembre 1919 - vincitore dell'ultimo Giro di Italia (1940) nonché detentore del record dell'ora di velocità - non rimaneva che attendere la fine della guerra e abbracciare i suoi cari al piccolo e felice paese-presepe, in provincia di Alessandria. Ma quanto ancora? Qualche settimana? Qualche mese? Come sarebbe tornato? In treno, camion, bicicletta? E come avrebbe trovato le strade? Fausto Coppi scese nel porto di Napoli tra le strida dei gabbiani. Era dimagrito, il viso scavato, gli occhi lanciavano sguardi interrogativi, mentre tra lacrime di gioia gli spuntava il suo solito, timido, sorriso da coniglio. Era finalmente in Italia dopo l'attesa infinita dietro un filo spinato ai confini del Sahara. Quanto ancora prima di partire verso casa?
Con Faustino
Parlo con il figlio Faustino della romantica odissea del ritorno a casa di Coppi , in un pomeriggio d'estate, di fronte al Museo dei Campionissimi a Novi Ligure, un'avveniristica costruzione in vetro e ferro eretta per celebrare i miti del ciclismo. L'aria è fresca e nel cielo si rincorrono batuffoli di nuvole. «In effetti - sostiene Faustino - del ritorno dalla guerra di mio padre ben poco si sa. Da solo, in bicicletta per giorni nell'Italia distrutta. Una lunga fuga verso casa. Quella pedalata ha qualche cosa di simbolico, di leggendario. Non ti pare?». Faustino parla nel suo stretto accento del Piemonte meridionale, che già si impasta con le cantilene della vicina provincia di Genova. Entriamo nel museo. E Faustino mi mostra le diverse biciclette con le quali il babbo vinse Tour, Giro, le classiche del Nord, la Milano-Sanremo, le grandi salite alpine bucando muri di folla deliranti. Con noi c'è Filippo Timo, ricercatore alla facoltà di Lettere di Pavia, «enfant du pays» di un paese vicino a Castellania, autore della più documentata biografia del campione («Viva Coppi», Monboso Editore).
La fonti di Timo sono state i suoi stessi familiari, i nonni e gli amici dei nonni che erano intimi della famiglia Coppi. È grazie a lui se riusciamo a entrare nella trama degli affetti dei Coppi. Ma il documento più prezioso per costruire passo dopo passo l'epico viaggio del ritorno a casa è un memoriale ormai dimenticato che Coppi pubblicò sul settimanale «Settimo Giorno» del 1954. Sono poche colonne di giornale, un filo che può ricondurci sulle tracce del campione, attraverso campagne, passi appenninici, lungo le coste, tra le macerie della guerra, e nel risveglio generale dopo cinque anni di guerra e 22 di dittatura. Una storia piccola, silenziosa, invisibile, leggera come le ruote della bici che corrono sulla strada. La storia di un'Italia lacerata che fugge verso la libertà. Prima che Coppi diventasse il Dio delle strade, e l'Italia si identificasse nelle sue fughe.
Qualcuno si commuove
«Sbarcai a Napoli, a chi non sarebbero venute le lacrime agli occhi - racconta Coppi -. Diventai l'uomo d'aiuto di un ufficiale della Raf, il tenente Towell. Ero a Caserta, dove trovo Gino Palumbo, giornalista alle prime armi ma bravo. Scrive sul “Roma” che sono ancora al mondo, che sogno una bicicletta. Qualcuno si commuove. Un falegname di Somma Vesuviana viene a cercarmi in bicicletta, una decrepita Legnano da corsa. Dice: “Giuseppe D'Avino sono”. Ed io che non son facile alle effusioni gli butterei le braccia al collo. “Tenite pure”, insiste D'Avino». Incontro a Napoli, fuori dalla stazione, il figlio del generoso falegname. Si chiama Angelo e scuotendo la testa come a non ammettere ragioni contrarie, insiste per portarmi in automobile a Somma Vesuviana, dove c'era il laboratorio di suo padre. «Sei mio ospite!», mi ammonisce.
Gli allenamenti sul Vesuvio
Filiamo tra i campi di albicocca, e Angelo mi racconta di quella che negli anni sarebbe diventata per i suoi una vera leggenda famigliare. Lui non è falegname, mi dice, ma preside, a Napoli. «Papà è morto nel 1985 e per tutta la vita ci ha raccontato la storia del regalo che fece a Coppi, in quei momenti di disperazione collettiva. E di come Fausto e suo padre, che era corridore dilettante, fossero diventati amici. Dopo la guerra - io ero piccino - pensò persino di trasferirci tutti su al Nord, vicino a Castellania. Guarda qui, ora stiamo salendo sulle pendici del Vesuvio. Proprio da qui a Caserta, dove c'era il campo militare, papà e Coppi facevano avanti e indietro in bici. Gli ufficiali inglesi avevano capito chi fosse e lo lasciavano allenare. I mesi passarono, e appena giunse la notizia che Mussolini era stato ucciso, Coppi decise di partire in sella, così come si trovava. Ma ecco, siamo arrivati, scendiamo pure». Ci incamminiamo tra le vie di Somma Vesuviana, solare comune del Napoletano orgoglioso della sua raccolta differenziata che sfiora il 54 per cento. Passiamo davanti alla villetta della famiglia di Melania Rea, fiori, foto ricordo: questa è la meta di un pellegrinaggio macabro sui luoghi del più celebre delitto locale. E svoltiamo lungo le ombrose mura aragonesi. «Siamo arrivati! - esclama D'Avino con un sorriso -. Era questo il laboratorio di falegnameria di mio padre» dice sottovoce. E con un leggero tremito del labbro aggiunge: «È da qui, grazie a quella sgangherata Legnano verde da corsa, che Fausto Coppi poté imboccare la strada di casa. Ed è qui che mio padre lo avrebbe seguito alla radio, immaginandolo con gli occhi bassi tra la folla, commovendosi per le sue vittorie solitarie».
da: http://www3.lastampa.it/sport/sezioni/ciclismo/lstp/414747/
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Miro: Arturo Brachetti attore-trasformista torinese
27/07/2011
Arturo Brachetti attore-trasformista torinese
Arturo Brachetti "appare" a Torino , città magica per eccellenza, nel 1957 e passa l'infanzia nella grigia periferia giocando tutti i giorni con un teatrino di marionette. A undici anni il padre lo manda in un collegio religioso che si rivelerà fondamentale per lo sviluppo della sua vocazione teatrale.
Qui, infatti, incontra un giovane prete, Don Silvio Mantelli, che si diletta di giochi di prestigio.
Arturo passa, quindi, l'adolescenza nel magazzino dove Don Silvio tiene decine di giochi e libri di magia.
E’ un bravo ragazzo, non perde tempo a giocare a pallone, e in breve conquista la fiducia del sacerdote che gli affida anche le chiavi del teatrino. Con qualche costume prestato e un paio di trucchi si esibisce nel suo primo numero di trasformazioni: una strega, una cantante e un uomo in frac. Arturo Brachetti ha solo 15 anni. Al Circolo Amici della Magia e, più tardi al Circolo Magico di Alberto Sitta, riceve incoraggiamenti che lo stimolano a continuare la ricerca nel campo del trasformismo, forma d'arte dimenticata dai tempi di Fregoli (1867-1936).
Arturo Brachetti si ingegna e riesce a produrre un numero dove in 10 minuti interpreta sei personaggi con cambidi costume fulminei. Con questa esibizione vince in Italia il premio Bustelli e viene presentato a Parigi da Gerard Majax a Jean Marie Rivière, allora direttore artistico del Paradis Latin. Viene assunto e rimane come attrazione vedette per circa due anni.
Brachetti è considerato oggi il più grande attore-trasformista del mondo, capace di interpretare
in un solo spettacolo teatrale fino 80 personaggi diversi e persino di superare se stesso arrivando fino a 100 trasformazioni come in ONE MAN SHOW, 2000-2008.
In un batter d'occhio, un secondo, forse due, Arturo riesce a cambiarsi d’abito, a diventare un altro, dalle scarpe alla parrucca:
Arturo Brachetti è diventato famoso nel mondo proprio per questa sua straordinaria e unica abilità nel mutare costume, truccatura, voce, ma soprattutto cambiare anima in pochissimi secondi.
In alcune performance riesce a interpretare delle brevi pièces comiche (come il Saloon, l’Aida, la Carmen, il camerino della diva, la Butterfly e altre) recitando tutti i ruoli, con relative interazioni di personaggi oppure dei "numeri" poetici a tema (come Le quattro stagioni, Il viaggio nei colori, Fregolineide, Magritte, Marlene, Fellini, ecc).
Partito con un bagaglio di sei costumi, ora ne possiede più di 350 con un repertorio vastissimo e in continua evoluzione.
Arturo, una delle poche star italiane di livello internazionale, si esibisce indifferentemente in diverse lingue e in centinaia di teatri nel mondo, tanto per la famiglia reale inglese che per Jaques Chirac all’Eliseo.
Quando non è in scena dirige spettacoli musicali di varietà, I MASSIBILLI di M. Aimée, di Aldo, Giovanni e Giacomo, METÀ FISICO METÀ FA SCHIFO di Raul Cremona ed è abitualmente il regista di tutti gli spettacoli teatrali di Aldo, Giovanni e Giacomo: I CORTI e TEL CHI EL TELUN e UNPLUGGED.
Nelle stagioni teatrali passate il suo spettacolo “L’UOMO DAI 1000 VOLTI” ha fatto il record di
presenze ed incassi nei teatri italiani.
La sua carriera comincia, dunque, negli anni ’80 a Parigi al PARADIS LATIN; quindi, in Germania come vedette e presentatore del trionfale "FLIC FLAC" di André Heller.
A Londra, il suo spettacolo "Y" resta in cartellone per oltre un anno al Piccadilly Theatre e vince il premio SWET AWARD for the Best Newcomer (il corrispettivo del Tony Award di Broadway).
Nello stesso anno si esibisce nel Gala di Natale al Teatro dell’Opera di Covent Garden in presenza di tutta la famiglia reale inglese.
Tanti sono gli spettacoli di successo di questo grande artista Torinese che è impossibile ricordarli tutti.
Chi volesse saperne di più può visitare il sito ufficiale di Arturo Brachetti a questo indirizzo:
www.brachetti.com
Mirò
da: http://www.ilcinzanino.org/2011/07/arturo-brachetti-attore-trasformista.html
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giovedì 21 luglio 2011
Enrico Marone Cinzano
Enrico Marone, figlio di Alberto e di Paola Cinzano, nasce a Torino il 15 marzo 1895 e diventa l'ultimo discendente della dinastia fondatrice della "Francesco Cinzano" a soli 8 anni, alla morte del nonno paterno.
Il giovane Enrico prende, pertanto, il doppio cognome Marone Cinzano, per non estinguere la linea della famiglia. Nel 1915 si arruola volontario nell'esercito italiano, partecipando alle battaglie di S. Michele e dell'Isonzo che segnano l'inizio della Prima guerra mondiale.
Congedatosi con il grado di sottotenente torna a Torino e fa il suo ingresso nell'azienda di famiglia, diventandone rapidamente una figura centrale grazie alle sue capacità e all'ampia delega concessagli dal padre. Nel 1918 l'azienda passa, infatti, sotto il controllo di una nuova società in nome collettivo denominata "Ditta Francesco Cinzano & C. di Alberto ed Enrico Marone". Enrico comprende fin da subito la potenzialità della carta stampata per pubblicizzare l'azienda: negli anni Venti e Trenta, infatti, commissiona manifesti a Leonetto Cappiello e Marcello Dudovich.
Malgrado le aumentate responsabilità, Enrico mantiene vivi i propri interessi, fra cui l'automobilismo e il football, tanto da diventare presidente del Torino nel 1924 e portare la squadra al primo scudetto nel 1928. Negli stessi anni Enrico, dal 1922 vice presidente della Società Cinzano, guida un'importante riorganizzazione dell'assetto societario e della struttura produttiva dell'azienda di famiglia, che mira a decentrare le produzioni all'estero attraverso la costituzione di società autonome integrate, dal 1927, nella holding "Cinzano Limited". La prima di queste è la "Cinzano Italia", nata già nel 1922 e seguita a breve distanza di tempo dalle consorelle argentine, spagnola, cilena, tedesca e da diverse altre.
L'assetto scelto da Enrico consente al gruppo di affrontare con migliori prospettive una fase particolarmente delicata dell’economia mondiale, segnata dal ripristino delle barriere doganali, dal proibizionismo e, alla vigilia della guerra, dall'isolamento internazionale dell'Italia. Nel 1928 Enrico sposa Noemi Alcorta (1907-1937), figlia di diplomatici argentini; dal matrimonio nascono tre figli: Alberto, Rosa Anna e Consuelo.
Nel 1933 Enrico subentra definitivamente al padre nella presidenza della Cinzano Italia e di tutte le consociate estere. Negli stessi anni diventa presidente della "Savi Florio e C.", società specializzata nella produzione del marsala e di altri vini liquorosi. Si risposa nel 1940, anno in cui diventa conte, con l'Infanta Maria Cristina di Borbone, figlia di Alfonso XIII re di Spagna. Dal matrimonio nascono quattro figlie: Vittoria, Giovanna, Maria Teresa e Anna.
La Seconda Guerra Mondiale rappresenta un momento difficile per l'azienda, superato grazie alle solide basi gettate negli anni precedenti e all'elasticità della sua struttura: la Cinzano Limited, trasferitasi in Canada, viene posta sotto sequestro, lo stabilimento Florio viene distrutto dai bombardamenti e quello di Santa Vittoria pesantemente danneggiato. Durante l'occupazione tedesca, Enrico partecipa attivamente alla Resistenza, organizzando la missione "Glass e Cross" e collabora con i Maquisard francesi.
Nel dopoguerra guida poi la ripresa dell'attività di famiglia e porta a compimento il progetto di decentramento, avviato nel 1922, con la creazione di 9 nuove società nazionali. Le pesanti incombenze non gli impediscono tuttavia di dedicarsi ad attività sociali e di ricoprire importanti incarichi pubblici e rivestire un ruolo rilevante nella ricostruzione industriale del Piemonte.
Nel 1949 istituisce, in onore del padre, la Fondazione Alberto Marone Cinzano presso l'Università di Torino per un corso di specializzazione in Viticoltura ed Enologia. Durante la presidenza dell'Istituto Tecnico Agrario di Alba trasforma la scuola in laboratorio di sperimentazione e interviene per ricostruire la scuola Enologica dopo l'alluvione del 1944. Dal 1946 assume la carica di presidente della Camera di Commercio di Torino, e presiede l'istituzione continuativamente dal 1950 al 1957.
A capo dell'importante istituto ristruttura la Borsa Merci, avvia i lavori per il nuovo edificio della Borsa Valori istituisce il Centro di Ricerche e Assistenza Tecnica di Mercato, sollecita la collaborazione fra le Camere di Commercio europee per l'istituzione di consorzi ed è il promotore principale della politica di potenziamento delle vie di comunicazione. In questo ambito si distingue come promotore della realizzazione dei trafori alpini del Frejus (1957) e del Gran San Bernardo (1964).
Enrico inoltre, su invito della madre Paola, si dedica al miglioramento della frazione nata intorno allo stabilimento di Santa Vittoria; realizza una scuola, un asilo, una chiesa, fonda il "Gruppo Anziani Cinzano" e favorisce lo sviluppo del villaggio Cinzano, cresciuto attorno al polo produttivo di Santa Vittoria.
Si ritira infine a Ginevra, dove muore il 23 ottobre 1968, passando la gestione dell'impresa al figlio Alberto.
Fonte: Storia e cultura dell’industria
Mirò
da: http://www.ilcinzanino.org/2011/07/enrico-marone-cinzano.html
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21/07/2011
Nini Rosso, pseudonimo di Celeste Raffaele Rosso (San Michele Mondovì, 19 settembre 1926 – Roma, 5 ottobre 1994), è stato un trombettista italiano.
Dopo una discreta carriera jazzistica ed orchestrale (nell'orchestra del maestro Cinico Angelini) decide di lanciarsi come solista leggero, firmando un contratto con la Titanus (casa discografica distribuita dalla Durium, come anche la successiva Sprint).
Il suo primo disco, La ballata della tromba, nel 1961 riscosse un discreto successo; nel 1963, partecipò alla colonna sonora del film L'amore difficile, scritta dal maestro Piero Umiliani, con il brano Vicolo dell'amore 43.
Il colpo della sua vita avvenne nel 1964 con Il silenzio, versione leggera del "Silenzio fuori ordinanza" suonato nelle caserme. Il brano fu inciso per caso: in un concerto al Palaeur di Roma, di fronte a un pubblico militare, decise di eseguirlo con una malinconica parte recitata, nella quale descrive bene la solitudine del militare di leva che dà una romantica buonanotte alla sua fidanzata lontana, e l'accoglienza fu esplosiva.
Il disco vendette dieci milioni di copie, con picchi di successo anche nel nord Europa e in Giappone, dove Nini Rosso fece numerose tournée.
Nello stesso anno partecipò al Cantagiro con Sono qui ad aspettarti, mentre l'anno seguente apparve nella trilogia di film musicarello Viale della canzone, 008 Operazione ritmo e Questi pazzi, pazzi italiani, diretti da Tullio Piacentini.
Nel 1966 partecipò a Un disco per l'estate con Concerto per un amore.
Altro buon successo fu, nel 1967, un altro brano dai toni malinconici, Uomo solo, utilizzato come sigla iniziale e finale della celebre serie televisiva Tenente Sheridan squadra omicidi, cinque telefilm con il popolarissimo Ubaldo Lay diretti da Leonardo Cortese, considerati tra i migliori della lunga serie del personaggio creato da Mario Casacci e Alberto Ciambricco.
Nel 1984 incide il particolarissimo LP con brani della Hit Parade mondiale Magic Motio, (con arrangiamenti di Victor Bach e produttore Felix Piccarreda). Nini Rosso fu anche attore, generalmente facendo la parte del trombettista, in alcuni musicarelli italiani degli anni sessanta: Sanremo, la grande sfida, In ginocchio da te, Little Rita nel far West, Canzoni bulli e pupe. Ha anche partecipato con il suo complesso al programma "La Macchina Meravigliosa" di Piero Angela (più precisamente la prima puntata dedicata all'orecchio). Muore per un tumore del polmone.
da: http://it.wikipedia.org/wiki/Nini_Rosso
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Il ‘germoglio d’oro’ all’astigiana Alessandra Gambino ingegnere energetico nucleare
23/06/2011
L’ingegnere energetico nucleare Alessandra Gambino, astigiana, figlia di un artigiano, già premiata nel 2004 con la borsa di studio Alessandrina Quarello, è stata premiata con il “Germoglio d’oro” nella cerimonia del 17 giugno 2011 a Roma, al Teatro delle Vittorie (trasmessa su Raidue domenica 19 giugno, in seconda serata), per il prestigioso Premio Bellisario, della Fondazione Marisa Bellisario.
“Un percorso brillante, che prelude ad un futuro successo in campo professionale” le parole dell’amministratore delegato Vodafone Paolo Bertoluzzo che l’ha premiata.
Edizione numero 23 intitolata al tema “Donne: innovazione e capitale umano” che ha visto sul palco del Teatro delle Vittorie di Roma donne del calibro di Susanna Camusso (prima segretario generale Cgil donna), Lorenza Lei (direttore generale Rai) e Elsa Fornero (consiglio di sorveglianza Intesa Sanpaolo), Elisabetta Serafin, Annamaria Tarantola, protagoniste della vita del Paese nel 2011 che hanno avuto la Mela d’oro per il Premio ‘Bellisario’ 2011.
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Antônio Seabra Moggi nasceu em 20 de dezembro de 1920 em Turim, na Itália, e mudou-se ainda criança para o Brasil. Formado em Química Industrial pela Escola Nacional de Química, da Universidade do Brasil, e em Engenharia Química pela na Vanderbilt University, no Tennesse (EUA), Moggi entrou em 1947 para o Conselho Nacional de Petróleo (CNP).
Nessa época, o engenheiro atuou como secretário executivo da Comissão de Constituição da Refinaria Nacional de Petróleo, que tinha como objetivo verificar a criação da primeira refinaria moderna no Brasil, a Refinaria de Mataripe. Com a implantação das refinarias no Brasil, ficou cada vez mais evidente a necessidade de se criar uma estrutura de capacitação técnica para a indústria de petróleo do Brasil, capaz de projetar unidades e instalações que pudessem atender às condições específicas do país.
Moggi participou da organização do primeiro curso de refinação de petróleo, que teve início em 1951. Quatro anos mais tarde, o engenheiro foi transferido para a Petrobras, onde se tornou superintendente do Centro de Aperfeiçoamento e Pesquisa de Petróleo (Cenap), responsável por coordenar e executar o programa de formação e aperfeiçoamento de pessoal para a Companhia e realizar estudos e pesquisas científicas da tecnologia do petróleo.
Com a criação do Centro de Pesquisas e Desenvolvimento da Petrobras (Cenpes), em dezembro de 1963, Moggi tornou-se seu primeiro superintendente e foi responsável pela consolidação da pesquisa na Companhia. Em 1980 foi convidado para chefiar o escritório da empresa em Nova York, onde ficou por quatro anos, até ser nomeado vice-presidente da Braspetro, cargo que ocupou até 1987. Moggi aposentou-se como consultor da presidência da empresa e faleceu em 2009, aos 88 anos.
da: http://www.petrobras.com.br/minisite/premiotecnologia/apresentacao/apresentacao.asp
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Giuseppe Cappellano: O 'Premiê' de um pedaço da Itália em SP
08 de maio de 2011 | 0h 00
Valéria França - O Estado de S.Paulo
Hoje, Dia das Mães, o engenheiro italiano Giuseppe Cappellano, de 77 anos, está exultante. Ao lado da mulher, a "mama" Renata, de 77, vai reunir toda a família - 4 filhos, 12 netos e uma bisneta, além de agregados, genros, noras e ex-noras - no restaurante do Circolo Italiano, a mais antiga associação paulistana de imigrantes italianos, que funciona nos dois primeiros andares do Edifício Itália, na Avenida Ipiranga, no centro.

Entre os cerca de 400 sócios, Cappellano é um dos mais antigos - atualmente, o número sete. Também acumula o cargo de presidente do clube que traz no livro de associados alguns dos sobrenomes que ajudaram a fazer a história da cidade, como Matarazzo, Crespi, Papaiz e Comolatti. Em pleno centro velho de São Paulo, o Circolo é um pedaço da Itália um pouco escondido, mas que está entre os tesouros da cidade que merecem ser redescobertos pelos paulistanos.
A associação completou um século em abril e as comemorações se estendem até maio de 2012, o que traz um certo agito aos salões, que nos áureos tempos foram disputados pela sociedade paulistana. Para reforçar, em outubro começa o Ano da Itália no Brasil.
Mas quem pisa nesse território tem de estar preparado. Ali, todos - do presidente ao garçom, o maranhense Francisco Ivaldo, de 41 - falam o idioma do primeiro ministro Silvio Berlusconi, que esteve nos salões do Circolo em 2010. E os costumes, bem..., ali o que reina é uma nostálgica tradição italiana.
Tudo indica que o tempo parou nos anos 1960. As paredes são revestidas de lambris escuros e o chão é de mármore. Para iluminar, pendem grandes lustres de murano. Aberto no almoço para o público e um dos atrativos do clube, o restaurante tem garçons com jaleco branco e gravata borboleta preta. A comida é servida em grandes travessas. E, no cardápio, não há pratos contemporâneos.
Risoto com funghi chileno, penne al pomodoro, cabrito e vitela são algumas das opções que fazem parte, por exemplo, do bufê do almoço do Dia das Mães, hoje precedido de uma missa. "A vitela é muito boa", indica Massimo Ferrari, italiano de Piemonte, dono da rotisserie Felice e Maria, na Vila Olímpia.
Os pratos têm ótimo custo-benefício. Um escalopinho com risoto ao funghi sai a R$ 40, por exemplo. "Mas não é só a comida", explica Ferrari. "Quando vou lá, sinto saudade da Itália. Trata-se de um ambiente genuíno."
Mesas enormes como a da família do presidente são uma constante nos almoços de domingo. Às vezes, o ambiente ainda conta com a animação extra de um "conjuntinho", como costuma dizer Cappellano, que toca Tarantela e Torna Sorrento, entre tantas outras canções napolitanas da velha guarda. Os descendentes falam alto e gesticulam muito, como nos filmes interpretados pela atriz Ana Magnani na década de 1950. Nada que lembre as cantinas da Bela Vista. O tom é aristocrático.
Ali estão reunidas famílias de imigrantes que tiveram ótima formação. Cappellano, por exemplo, nasceu, digamos por descuido, na França, cresceu na região de Piemonte, na Itália, e aos 16 anos mudou com a família para São Paulo. Após estudar no Colégio Dante Alighieri, entrou para a Escola Politécnica da Universidade de São Paulo, onde estudou com figuras famosas, como os ex-governadores Mário Covas e Paulo Maluf.
Renovação. Hoje, ele cuida de um patrimônio avaliado em R$ 31 milhões. No Edifício Itália são dois andares, o teatro e salas alugadas. A antiga sede - a palazzina (pequeno palácio) - foi derrubada para dar lugar ao prédio na década de 1960. Há ainda o clube campestre, no Campo Limpo, na zona sul.
"Faltam jovens no Circolo", lamenta o sócio José Messina, diretor do Colégio Dante Alighieri, nos Jardins. Cappellano, o diretor com mais tempo de cargo- 16 anos, somando suas três gestões -, sabe disso. "Sempre tive receio de enaltecer a Itália para os meus filhos. O Brasil é nossa terra. Por isso, eles não se envolveram. O desafio do centenário é rejuvenescer o clube. Caso contrário, não teremos para quem deixar tudo isso."
da: http://www.estadao.com.br/estadaodehoje/20110508/not_imp716331,0.php
Giuseppe Cappellano é membro dell'Associazione Piemontesi nel Mondo di San Paolo
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La città di Alba in lutto per Ferrero
19/04/2011 - L'EREDE DELLA FAMOSA AZIENDA STRONCATO DA UN MALORE MENTRE SI ALLENAVA IN BICI
Pietro e Giovanni FerreroMichele Ferrero rientra dal Sudafrica e, nella residenza di Montecarlo, piange con la famiglia la perdita del figlio Pietro, morto a 47 anni per un malore mentre era in sella alla sua amata bicicletta. Le redini del gruppo passano a Giovanni, fratello minore di Pietro, che con lui condivideva la carica di amministratore delegato. Alba, la cittadina del cuneese dove la casa dolciaria oltre allo stabilimento ha la direzione e dove Pietro viveva con la famiglia, è attonita. Il giorno dei funerali, ancora da stabilire perchè bisogna aspettare l’autopsia in Sudafrica, sarà lutto cittadino. «La Ferrero - spiega il sindaco Maurizio Marello - è stata l’industria che ha consentito alle Langhe di uscire dalla miseria del Dopoguerra. Quasi ogni famiglia dell’Albese ha almeno un componente dipendente dell’azienda, a tempo pieno o come stagionale».
La morte di Pietro ha sconvolto tutti. Il numero di messaggi sul profilo di Michele Ferrero su Facebook è impressionante. Anche Cgil, Cisl e Uil del settore alimentare «si stringono con commosso e profondo dolore» alla famiglia e lo definiscono «interlocutore serio, affidabile e rispettoso delle ragioni sindacali. Pietro Ferrero - affermano - ha sempre saputo coniugare l’idea di sviluppo industriale con la tutela del lavoro dipendente. È anche grazie a questa visione che la Ferrero, di cui Pietro era giovane e illuminato amministratore delegato, è potuta diventare una delle più grandi ed affermate multinazionali del nostro Paese».
Nel sito dell’azienda c’è una sola immagine: la foto grande di Pietro, con la scritta «Sempre con noi». Poi in una nota ufficiale la società dice: «Tocca ora al fratello Giovanni continuare a guidare il gruppo Ferrero verso traguardi ancora più alti tenendo forti e vive l’ispirazione e la motivazione sociale, da Pietro sempre fermamente volute». E «ringrazia di cuore i moltissimi che hanno voluto associarsi all’immenso dolore della famiglia per la tragica e repentina scomparsa di Pietro Ferrero, amministratore delegato del gruppo insieme al fratello Giovanni».
«Pietro Ferrero - ricorda l’azienda - ci ha lasciati mentre adempiva ad un’alta missione umanitaria, da lui fin dall’inizio ispirata e voluta, che il Gruppo ormai si prefigge da alcuni anni: le Imprese Sociali Ferrero. Tale iniziativa imprenditoriale si propone non soltanto di creare posti di lavoro nelle zone meno favorite del pianeta, ma anche di devolvere una parte delle risorse generate alla tutela della salute e alla crescita educativa dei bambini più poveri di quelle aree. Pietro Ferrero si trovava in Sud Africa assieme al padre Michele proprio per questa nobile missione umanitaria: dare un ulteriore slancio all’Impresa Sociale di Johannesburg».
da: http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/398714/
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Scritto da Futura Online | Pubblicato: 18/04/2011
E’ Carola Carazzone la prima donna a capo del Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo). Esperta di promozione e protezione dei diritti umani, la neopresidente – che prende il posto di Massimo Zortea – è stata eletta dall’Assemblea dei soci del Vis. La Corazzone, torinese 38enne, avvocato specializzato in diritti umani presso l’Istituto Internazionale Diritti Umani Renée Cassin di Strasburgo, ha quattro anni di esperienza sul campo e un lungo percorso di volontariato sociale cominciato negli anni del ginnasio.
“Il Vis sin dalla sua fondazione, 25 anni fa, ha avuto una visione e una missione innovative – ha dichiarato – ed, in alcuni casi, ha precorso concezioni e modalità di operare, che di lì a qualche anno sarebbero divenuti patrimonio comune del mondo delle Ong. Concepire la povertà come violazione di diritti umani comporta un cambiamento deciso di prospettiva in termini di sviluppo umano e di ampliamento di capacità. Il Vis dovrà promuovere un modello più maturo di cooperazione allo sviluppo, impegnandosi anche sul versante delle strategie politiche oltreché su quello degli interventi per realizzarle”.
da: http://futura.unito.it/blog/2011/04/18/una-torinese-a-capo-del-vis/#more-12715
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Alba: E' morto Pietro Ferrero, figlio di Michele Ferrero (fondatore della Ferrero)
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REDAZIONE CUNEO
E' morto in Sud Africa Pietro Ferrero, 48 anni, figlio di Michele Ferrero (fondatore della Ferrero) e Maria Franca. Si trovava in Sudafrica per lavoro. Nella missione di lavoro in Sudafrica c’era anche il padre. Pare che Pietro Ferrero sia morto per un malore mentre era in bicicletta. Pietro Ferrero era nato nel 1963. Era amministratore delegato insieme al fratello Giovanni del gruppo Ferrero.
Sposato con tre figli, era conosciuto per la sua riservatezza, tratto distintivo di tutta la famiglia, e per la genialità con cui stava seguendo la scia del padre Michele alla guida del colosso dolciario di Alba con 21.700 dipendenti sparsi in stabilimenti in tutto il mondo.
Grande appassionato di ciclismo. È morto in un incidente in Sudafrica dove si trovava per una missione di lavoro. Le circostanze della tragedia non sono chiare, perché le notizie sono ancora frammentarie
da: http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/398458/
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Protagoniste dimenticate. Le donne nel Risorgimento piemontese
Dal 02-04-2011 Al 26-06-2011
Via Cardonata, 2 - 10060 San Secondo di Pinerolo (To)

Protagoniste dimenticate. Le donne nel Risorgimento piemontese
Le suggestive sale del Castello di Miradolo ospitano la mostra “Protagoniste dimenticate. Le donne nel Risorgimento piemontese”, mettendo in risalto i principali ambiti del contributo femminile al processo risorgimentale e alla crescita sociale dell’Italia.
Si rivivono storie di protagoniste come la poetessa ed educatrice Giulia Molino Colombini, l’attrice Adelaide Ristori, la giurista Lidia Poët, la poetessa e scrittrice Olimpia Rossi Savio, la garibaldina Rosalie Montmasson, la filantropa Giulia Colbert Falletti di Barolo e la scrittrice Costanza d’Azeglio.
Il ruolo corale delle donne è indagato nella famiglia e nella società, nelle cospirazioni carbonare e nell’attività politica, nell’istruzione e nell’assistenza, nei salotti e nel dibattito culturale e politico.
In occasione della mostra è disponibile una navetta gratuita da Torino al Castello di Miradolo, prevista tutti i sabati (dal 9 aprile al 25 giugno) con partenza da piazza CLN alle 14.30 e rientro entro le 18.30 (prenotazione obbligatoria al tel. 0121-502761).
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Francesca Dalmasso: All’Alfieri i mille volti di Brachetti
Scritto da Francesca Dalmasso | Pubblicato: 11/03/2011
Il trasformista più famoso d’Italia torna a Torino. L’11 aprile Arturo Brachetti porterà in scena al Teatro Alfieri lo spettacolo di beneficienza “Ciak si gira”, un omaggio al grande schermo.
Il mattatore torinese accompagnerà gli spettatori in un viaggio nel mondo cinema con oltre 60 personaggi, da quelli che popolavano la tv nei film dedicati ai ragazzi, come Zorro e Mary Poppins, a trasformazioni dedicate all’horror, in un delirio di incontri surreali.
Sul palco Baby Jane, i grandi musical e la storia di Lon Chaney, l’uomo dai mille volti che fu il pioniere dei trucchi facciali per creare personaggi diventati ormai icone dell’immaginario collettivo, come il fantasma dell’opera e Quasimodo.
All’appello anche le ombre cinesi, viste come anticipatrici dei cartoni animati, il “cappello del nonno” capace di evocare decine di personaggi e il numero di fantasia “con nulla si fa tutto”.
La seconda parte dello spettacolo è dedicata a Holliwood, in un vortice di personaggi leggendari tra i quali Charlie Chaplin, Gene Kelly, King Kong, E.T. e molti altri.
Gli incassi della serata saranno devoluti alla Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro.
È possibile acquistare i biglietti in prevendita all’Alfieri (011/5623800), al Gioiello (011/5805768), all’Erba (011/6615447). Il costo dei biglietti va da 35 a 60 euro.
Per maggiori informazioni consultare il sito www.brachetti.com.
da:http://futura.unito.it/blog/2011/03/11/all%e2%80%99alfieri-i-mille-volti-di-brachetti/#more-11402
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Dal 2006 Arturo Brachetti è nel Guinness dei primati come il trasformista più veloce del mondo come unico attore trasformista a rappresentare 80 trasformazioni in uno spettacolo di due ore in una continua tournée internazionale. (http://it.wikipedia.org/wiki/Arturo_Brachetti)
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Addio a Renato Dominici, un maestro della cucina vera. SCOMPARE A 85 ANNI UNO DEI VOLTI PIU' NOTI DELLA GASTRONOMIA PIEMONTESE
| 2/3/2011 | |
| SCOMPARE A 85 ANNI UNO DEI VOLTI PIU' NOTI DELLA GASTRONOMIA PIEMONTESE | |
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| Un vulcano di idee e passioni. Una vita ricca di virate: dall'industria metallurgica alla musica, poi la consacrazione a La Carmagnole, l'amicizia con Matteo Coreggia, il grande lutto per la perdita del figlio campione di ippica e la ripartenza come guru del gusto ad Eataly "Amo i sapori e la gente autentica" | |
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Cari Amis,
Con profondo cordoglio comunichiamo che il 26 dicembre é deceduta, all'età di 93 anni, la nostra carissima associata Veridiana Victoria Rossetti.
Veridiana Victoria Rossetti era figlia di genitori piemontesi; il padre era agronomo e la madre (sorella di Vittorio Pozzo, allenatore dela nazionale italiana di calcio bicampione mondiale nel 1934 e nel 1938) pianista con diploma della Scuola di Musica di Torino (nel1903) e del Conservatorio Musicale di Roma (nel 1906).
È stata una delle maggiori autorità in fitopatologia nel Brasile e all’estero.
Rossetti ha ricevuto più di 60 premi come ricercatrice.
È stata presidente della "Internacional Organization of Citrus Virologist (IOCV).
Organizzò nel 1966 la IV Conferenza dell' IOCV in Italia.
Nel 1987 riceve il titolo di “Servidor Emérito”, concesso dal Governo dello Stato di San Paolo.
Ha ricevuto il premio “Loba Romana” concesso dalla “Assembleia Legislativa” dello Stato di San Paolo.
È stata membro della “Academia Brasileira de Ciências” e decorata con la “Grã-Cruz da Ordem Nacional do Mérito Científico” dal Presidente della Repubblica del Brasile nel 2004.
Di seguito riportiamo il comunicato del “Centro de Memória do Instituto Biológico” (di San Paolo).
Cecilia Maria Gasparini - Direttore Segretario
Giovanni Manassero – Presidente dell’Associazione Piemontesi nel Mondo di San Paolo
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A Pesquisadora Científica, Eng. Agrônoma Veridiana Victória Rossetti faleceu no dia 26 2010 aos 93 anos de idade. Victória foi uma das maiores autoridades em fitopatologia no Brasil e no exterior, deixando uma enorme bagagem de trabalhos nessa área de conhecimento. Exemplo de abnegação levou o nome do Instituto Biológico como se fora o seu próprio nome, fazendo-o crescer com suas pesquisas sendo, o seu conhecimento, a estrutura básica para o fortalecimento da fitopatologia, no Instituto Biológico, principalmente no estudo das doenças que acometem as plantas cítricas.
Antonio Batista Filho
Diretor Geral do Centro de Memória do Instituto Biológico” (São Paulo).
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Nascida em 15 de Outubro de 1917, em Santa Cruz das Palmeiras (SP), na fazenda Santa Veridiana, a pesquisadora Veridiana Victória Rosseti, representa, como seu nome já diz, a vitória. Sobretudo no trabalho árduo, muitas vezes, mas sempre compensador para ela e para toda a comunidade científica.
Aprendeu as primeiras letras quando cursou o “Collégio S. Vincenzo di Paula”, na cidade de Alassio, na Riviera de Genova, Itália, onde passou seus primeiros anos de vida, morando com sua família. Após retornar ao Brasil, Victória passa a residir na fazenda Paramirim, no município de Limeira (SP), pertencente à sua família. Seus estudos são feitos inicialmente no Colégio São José, também em Limeira, onde cursou o primário. Em seguida, cursou o ginasial no Colégio Piracicabano, em Piracicaba, e, posteriormente, agronomia, na Escola Superior de Agronomia “Luiz Queiroz” (Esalq), localizada na mesma cidade.
Uma das primeiras engenharias agrônomas graduada pela Esalq e a terceira do Brasil. A profissão escolhida também era exercida por dois irmãos e por vários membros de sua família.
Poliglota, além da língua portuguesa, fazem parte do seu conhecimento os idiomas: francês, alemão, espanhol e italiano.
Concursada em 1941, atua no Instituto Biológico como pesquisadora até 2000, mesmo tendo sido aposentada em 1987 – ocasião em que recebeu o título de “Servidor Emérito”, outorgado pelo Governo do Estado de São Paulo.
No princípio, na Seção de Fitopatologia Geral, no Horto Florestal da Cantareira, juntamente com Anderson Coelho de Andrade, estudava para o concurso que lhe deu lugar naquela instituição. Desde o início de sua carreira, dedica-se ao estudo das doenças citros. Aprimorou seu conhecimento, segundo ela, com o Dr. A. A. Bitancourt, que ela considera o mestre-maior.
Com os colegas Raul Drummond Gonçalves, Spencer Correio de Arruda, Mario Meneghini, Sebastião Gonçalvez da Silva e Karl Silberschmidt, do Instituto Biológico, e Sylvio Moreira, Ody Rodrigues e Álvaro dos Santos Costa, do Instituto Agronômico de Campinas, e ainda com Carlos M. Dornelles, de Taquari, Rio Grande do Sul, teve, assim, nos primeiros momentos, o conhecimento somado. Ela ainda teve inúmeros encontros com grandes mestres do porte de George Zentmyer, Leo J. Klotz. E. C. Calavan e C. Roistacher, na Califórnia; Heinz Wutscher, Stephan garnsey, J. F. l. Childs, L. C. Knorr, J. O. Whiteside, na Flórida; Joseph M. Bové e sua esposa, Collete Bové, e G. Morel, na França, além de outros grandes encontros com Gabriele Goidanich, de Bologna, Oswaldo Lovisolo, de Torino, na Espanha, entre outros.
No Brasil, Victória manteve uma grande amizade com Dalmo Giacometti. Na Itália, por exemplo, conheceu um grande botânico: o professor Massimo Sella.
Batalhadora e proficiente na área de pesquisas de doenças dos citros, Victória não escolheu as oportunidades mais fáceis para compor o seu conhecimento: foi à luta! Em 1946, foi para os Estados Unidos, onde realizou o curso de estatística Experimental, na Universidade Estadual da Carolina do Norte. Após esse curso, com bolsa da Fundação Guggenheim, realizou estudos sobre a Fisiologia da Ficomicetos, na Universidade da Califórnia, em Berkeley, com o professor Ralph Emerson, onde permaneceu de Janeiro de 1951 a Setembro de 1952. Com o professor J. Zentmyer, na mesma época, em Riverside, estufou os fungos do gênero Phytophthora. Ainda, em 1969, graças à Fundação Rockefeller, vai aos Estados Unidos para visitar as estações de pesquisa em Citros na cidade Lake Alfred, na Flórida, e em Riverside, na Califórnia.
Na França, em 1961, no Institut Nacional de la Recherche Agronomique, com J. M. Bové, capacitou-se nas técnicas de diagnóstico de vírus transmissores por enxertia, visando o Programa de Registros de Matrizes de citros livres de vírus.
Victória, em 1954, é designada chefe da Seção de Fitopatologia Geral e, a partir de 1969, exerce a liderança na Divisão de Patologia Vegetal. mas, foi em 1977 que ela concorre à carreira de Pesquisador Científico (por seus méritos brilhantes, obtém o nível maior, que é o VI).
A “clorose variegada dos citros” (CVC), nome sugerido por Victória em substituição ao chamado “amarelinho”, tem sido motivo de vários trabalhos sobre a sua transmissão e resistência varietal à doença. Desenvolveu, inclusive, vários trabalhos à respeito da Xylella fastidiosa com colegas do Instituto Biológico, Estados Unidos e França.
Todo seu conhecimento científico foi reconhecido e demonstrado quando de sua participação em diversas comissões científicas ou técnicas nacionais e internacionais, tais como: presidente da Internacional Organization of Citrus Virologists (IOCV), de 1963 a 1966, quando organizou a IV Conferencia da IOCV, na Itália, em 1966; na Comissão Técnica Coordenadora do Registro de Matrizes de citros, que teve grande êxito graças ao sucesso alcançado no controle de viroses de citros no Estado de São Paulo; quando de sua participação no Comitê Executivo da Sociedade Internacional de Citricultura, representando o Brasil; no Comitê Internacional dos Estudos sobre Phytophthora; na Comissão Nacional de Fruticultura ou Comissão Nacional de Citricultura, entre outras. O número de eventos os quais participou é muito extenso. E sempre com um grande brilhantismo.
Prêmios conquistados como pesquisadora ultrapassam a casa dos 60, pelo reconhecimento de seus méritos científicos. Trabalhos, mais de 300, publicados ou apresentados em congressos nacionais ou internacionais. Representando todos os prêmios, cita-se a medalha “Luiz Queiroz”, outorgada por recomendação do professor Elliot Watanabe Kitajima, da Escola Superior de Agronomia “Luiz Queiroz”, de Piracicaba. Seu discurso, no momento da entrega do prêmio, foi assim exposto: “Faz hoje 98 anos que o benemérito genial Luiz de Queiroz teve a visão brilhante de fundar uma escola de agronomia. Essa escola vinha preencher o vazio resultante das necessidades de um país onde a agricultura tentava crescer, faltando conhecimentos básicos. (...) Hoje recebo uma homenagem que tanto me honra e enobrece, que agradeço e ofereço ao nosso fundador, no sesquicentenário de seu nascimento”.
Após sua aposentadoria continua a frequentar o Instituto Biológico atuando com esmero na área que escolheu.
Sempre ativa e desejosa de novos conceitos, Victória sempre foi e será um ícone desta Instituição.
Deixa-nos no entardecer de sua vida. Fixa a sua imagem de amor pelo trabalho e a sua inesquecível coragem para enfrentar as vicissitudes da vida científica na história da ciência brasileira e internacional.
Fonte: Centro de Memória do Instituto Biológico
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07/12/2010
LA META DI DON ANDREA
Sacerdote, educatore e rugbista, Don Andrea Bonsignori dirige una scuola in cui “paritario” significa davvero “alla pari”
Michela Damasco
Ci divertiamo, e se ti diverti, puoi anche fare del bene”.
Facile, a dirsi. Eppure, chiacchierando con lui, sembra facile davvero. Andrea Bonsignori è pilone del Moncalieri Rubgy, in campo fa parte cioè della prima linea del pacchetto di mischia. Da quattro anni è il direttore della scuola paritaria rimaria e secondaria di I grado “San Giuseppe Cottolengo” a Torino. Ovvero, una delle tante dimostrazioni viventi di quanto gli stereotipi siano idee dure a morire, perché a vederlo non diresti mai che è prete dal 2000: capelli lunghi legati, jeans, maglione, scarpe da ginnastica, un’affabilità in grado di metterti immediatamente a tuo agio. “Ho studiato, oltre ovviamente a teologia, anche pedagogia, in particolare con i disabili. Sono stato un anno a Pinerolo, uno a Torino, cinque a Roma e poi qui a scuola”.
Racconta la propria storia di lavoro a stretto contatto coi più deboli nel suo ufficio, mentre nel resto delle aule si svolgono le lezioni. Dal suo arrivo a dirigere la scuola nel cuore del quartiere più multietnico di Torino il numero di allievi è più che raddoppiato, arrivando a circa 270. “La nostra scuola ha il numero più alto di studenti disabili in Piemonte, considerando che ne abbiamo il massimo previsto dalla legge, due per sezione. La loro presenza è educativa al massimo”. Non male come messaggio, quando da mesi tiene banco, tra i tagli alla scuola, la riduzione degli organici per gli insegnanti di sostegno ai disabili.
Lo stile è della scuola è improntato al “ritorno alla realtà e alla normalità”. Una realtà fatta di disabili e di persone che non parlano la nostra lingua e sono espressione di altre culture. Eppure, tutto resta relativo: la scuola del Cottolengo, infatti, conta il 25% di studenti stranieri: “La maggioranza è di origine latino-americana, ma ci sono anche alunni musulmani e ogni classe è gemellata con una sala del Cottolengo”. L’ora di religione è un confronto tra credo diversi, alla Messa di Natale partecipano tutti, ma la religione di ognuno è rispettata.
Viene da chiedersi come sia possibile tutto questo in una scuola paritaria in piena Porta Palazzo. Semplice: il motto è “ognuno secondo le sue possibilità”. La retta mensile è di circa 230 euro, comprensiva di mensa e servizi, ma solo il 30% la paga tutta in una volta, il 60% non la paga intera e il 10% dei ragazzi frequenta la scuola gratis. Il bilancio annuale è però di quasi 900.000 euro: “Trattandosi di scuola paritaria, il 30% arriva dalloStato, più o meno con un anno di ritardo, poi ci sono le rette provenienti dalle famiglie, ma 250.000 euro ogni anno se non di più, arrivano dalla Divina Provvidenza”. Il che vuol dire sponsor piccoli e grandi, aiuti di diverso tipo: “La nostra realtà è fatta di gente brava e generosa”. Una commissione esterna è incaricata di valutare i redditi delle famiglie che fanno richiesta di iscrizione e la retta viene tarata in base alle possibilità di ognuno: c’è chi paga a rate, chi una somma simbolica, chi niente.
Nella scuola lavorano 43 operatori, più i volontari come quelli della “Comunità Tipi Loschi”, il cui nome è lo stesso del gruppo creato negli anni Venti da Piergiorgio Frassati: studenti universitari che in cambio di vitto e alloggio prestano qualche ora di servizio all’interno della scuola. “Alcuni di loro mi hanno seguito da Roma” aggiunge Don Andrea.
Il suo look sportivo si sposa benissimo, però, non solo col modo di fare, ma anche con le sue passioni e con una parte importante delle attività extrascolastiche, oltre alle lezioni previste ogni giorno dalle 8 alle 16. Numerosi sono infatti i laboratori, aperti anche ai ragazzi della stessa fascia d’età che non frequentano lo scuola: dal doposcuola al teatro, dal giornalino (nato a febbraio) e produzione video alla rieducazione equestre, passando per corsi di percussioni, computer e musica. E poi, lo sport, piatto forte di don Andrea, che lo pratica da anni: “Per anni ho giocato a calcio, anche perché lì c’è la possibilità di avere un rimborso, ma sono un grande appassionato di rugby e quando si è presentata l’occasione ho cominciato a praticarlo”.
Uno dei piatti forti anche della scuola, per via dell’associazione sportiva GiuCo ’97, che vanta una squadra di calcio nel campionato CSI a 11, più le giovanili, ovviamente: il rugby under 16, 14, 10 e 6. Ma non mancani i balli latinoamericani e da quest’anno anche pallacanestro e pallavolo. Il principio è sempre lo stesso: tutti sono uguali. L’obiettivo è partecipare a campionati “normali” in base all’età e non alla condizione - il che non è scontato, considerando il numero di atleti disabili: “Fino all’under 14 del rugby, gli allenatori stanno in campo assieme ai ragazzi. Io, ad esempio, gioco con un ragazzino autistico – spiega sorridendo il direttore, che nel frattempo riconosce dietro il vetro della porta uno dei due insegnanti di educazione fisica, Adriano Moro, e loinvita a entrare, aggiungendo di aver voluto “personaggi di un certo spicco come lui” nella scuola. Il costo è di 50 euro all’anno, irrisorio se si pensa alle cifre chieste dalle società sportive, ma la logica resta la medesima: paga solo chi può. Gli insegnanti, coadiuvati da volontari, partecipano attivamente, ma su base volontaria, oltre l'orario di lavoro: “Le attività extrascolastiche cominciano dopo le 16, l’insegnante accompagna gli alunni direttamente al campo di allenamento e in questo modo si cerca anche di venire incontro alle esigenze di famiglie che non avrebbero la possibilità di accompagnare i figli”. Il risultato sono oltre 140 iscritti solo ai laboratori sportivi.
Raccontato da don Andrea, tutto questo sembra una quisquilia: “La società di oggi ti proibisce quasi di fare del bene. Noi ci proviamo”. La sua giornata comincia alle 5 e mezza del mattino: messa a Moncalieri alle 6, poi la scuola, rientro nella Piccola Casa del Cottolengo tra le 17 e le 18. E il tempo per giocare a rugby e dedicarsi alla musica: “Suono la chitarra in un gruppo, la Pankalieri Band, scrivo i testi e canto. Abbiamo anche fatto delle cover, e con i soldi guadagnati abbiamo messo su l’aula di musica qui a scuola”. Già, perché “siamo sempre lì a racimolare, aggiunge col sorriso, per fortuna c’è chi ci aiuta, come una ditta di Moncalieri che ci fornisce gratuitamente i palloni”. Il sistema, comunque, funziona: la scuola costituisce il serbatoio di tutto, ma non è unidirezionale, e la GiuCo adesso si autoregge.
Il concetto di inclusione è fondamentale: basti pensare che nel “Pagella Day” di incontro con le famiglie, alle pagelle classiche si affiancano quelle formative, e intervengono anche, con i propri giudizi sugli alunni, ad esempio, il bidello o la signora delle pulizie.
Un microcosmo a pochi passi dal brulicante mercato all’aperto più grande d’Europa, che in quattro anni di strada ne ha fatta parecchia. Guai però a complimentarsi con don Andrea: “Io non ho fatto nulla, sono un manovale della Provvidenza, è Lei a guidare la scuola”...
da: http://piemonte-magazine.it/leggi_ultimonumero.asp?articolo=876&numero=12_2010
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Maria Bonomi é homenageada com a a mais alta distinção do Estado de São Paulo
segunda-feira - 01/11/2010

A piemontesa Maria Bonomi (ao centro), um dos principais nomes da arte brasileira, recebeu a Ordem do Ipiranga do governador paulista Alberto Goldman
No Brasil desde 1946, nascida em Meina, província de Novara. no Piemonte, em 1935, Maria Bonomi já inscreveu o seu nome como uma das principais artistas contemporâneas do Brasil. Gravadora, escultora, pintora, muralista, curadora, figurinista, cenógrafa e professora, Bonomia foi uma das 15 personalidades distinguidas, na última semana, com a Ordem do Ipiranga, a mais elevada distinção do Estado de São Paulo, oferecida aos cidadãos que se destacaram por seus méritos pessoais e serviços prestados ao Estado e ao país.
Com diversos prêmios por sua obra, tanto no Brasil, como no exterior, já distinguida com o título de Comendadora da Ordem do Rio Branco, Bonomi recebeu a homenagem, na Ordem de Grande Oficial, das mãos do governador Alberto Goldman.
Maria Bonomi começou a expor em 1952. Faz trabalhos de arte pública desde a década de 1970, com painéis em diversas cidades brasileiras e no exterior. Dentre eles, destacam-se: “Ascensão”, Igreja da Cruz Torta, São Paulo, 1974; “Arrozal de Bengüet”, Hotel Maksoud Plaza, São Paulo, 1979; “Futura Memória”, Memorial da América Latina, São Paulo, 1989; “Construção de São Paulo”, Estação de Metrô Jardim São Paulo, São Paulo, 1998; “Epopéia Paulista”, Estação da Luz, São Paulo, 2005; “Etnias do Primeiro e Sempre Brasil”, Memorial da América Latina, São Paulo, 2008. Recebeu diversos prêmios, dentre eles: Melhor Gravador Nacional, na VIII Bienal de São Paulo, 1965; Prêmio Theadoron, na V Bienal de Paris, 1967; Prêmio do Júri Internacional na XV Bienal Internacional de Gravura de Liubliana, 1983; 42º Prêmio Santista - Gravura, pela Fundação Bunge, 1997.
Na verdade, a arte pública marca um ponto de inflexão na trajetória da artista, que até a década de 70 era mais conhecida como gravadora e cenógrafa. Bonomi já realizou mais de 40 obras de arte nessa vertente, instaladas no Brasil e no exterior. A maior parte delas está na cidade de São Paulo. A mais recente, “Etnias do Primeiro e Sempre Brasil” – um painel de 50 metros de comprimento que apresenta a história dos índios brasileiros –, instalado na passagem subterrânea entre o memorial da América Latina e a estação Barra Funda do Metrô, foi inaugurada no fim de janeiro.
Bonomi é taxativa: “Para mim existe sobretudo arte pública, desconfio das outras formas de arte. Principalmente nos dias de hoje”. Sólida e durável, a arte pública permanece, “mesmo que seja na memória de quantos a vivenciam. Ela se opõe à transitoriedade, porque se torna referência: não pode ser frívola”, explica.
Além de humanizar espaços vazios, a arte pública, segundo Bonomi, é uma provocação ao olhar e um ato de solidariedade que cria um referencial para a população. A proposta é ocupar o espaço urbano com painéis e esculturas que atraiam o olhar dos transeuntes, instaurando a percepção, o devaneio ou a reflexão.Bonomi quer formar o olhar do público anônimo, instigar – pela percepção visual – multidões que poucas chances têm de fruir emoções artísticas.
da: Redação revista eletrônica Oriundi
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Armando Testa, creatore dell’omonimo studio grafico e pubblicitario famoso nel mondo
venerdì 1 ottobre 2010
Nato a Torino nel 1917, Armando Testa frequenta la Scuola Tipografica Vigliardi Paravia dove Ezio D'Errico, pittore astratto, gli fa conoscere l'arte contemporanea, a cui guarderà sempre con grande interesse. Nel 1937, a vent'anni, vince il suo primo concorso per la realizzazione di un manifesto, un disegno geometrico ideato per la casa di colori tipografici ICI. Dopo la guerra lavora per importanti case come Martini & Rossi, Carpano, Borsalino e Pirelli. Lavora anche come illustratore per l'editoria e crea un piccolo studio di grafica.
Nel 1956 nasce lo Studio Testa dedicato alla pubblicità non solo grafica ma anche televisiva, che nasce proprio in quegli anni in Italia. Alcune delle aziende che si servono dello Studio Testa diventano ben presto leader di settore: Lavazza, Olio Sasso, Carpano, Simmenthal, Lines.
Vince nel 1958 un concorso nazionale per il manifesto ufficiale delle Olimpiadi di Roma del 1960. Rifiutata in un secondo tempo l'immagine proposta da Testa e indetto un secondo concorso nel 1959, vince anche questo.
Nascono poi, fra gli anni cinquanta e i settanta, immagini e animazioni filmate per la televisione che sono rimaste nella storia della pubblicità, legate a slogan entrati nel linguaggio comune: il gioco grafico fra bianco/nero e positivo/negativo per il Digestivo Antonetto (1960); le perfette geometrie della sfera sospesa sopra la mezza sfera per l'aperitivo Punt e Mes, che in dialetto piemontese significa appunto "un punto e mezzo" (1960); i pupazzi conici di Caballero e Carmencita per il Café Paulista di Lavazza (1965); gli sferici abitanti del pianeta Papalla per Philco (1966); Pippo, l'ippopotamo azzurro per i pannolini Lines (1966-1967); e poi l'attore Mimmo Craig alle prese con gli incubi dell'obesità, su musiche di Grieg, per l’Olio Sasso (1968); l'avvenente bionda Solvi Stubing per la Birra Peroni (1968).
Come primo riconoscimento istituzionale del suo lavoro, è invitato a tenere la cattedra di Disegno e Composizione della Stampa presso il Politecnico di Torino dal 1965 al 1971. Nel 1968 riceve la Medaglia d'oro del Ministero della Pubblica Istruzione per il suo contributo all'Arte Visuale, mentre nel 1975 la Federazione Italiana Pubblicità gli tributa la Medaglia d'oro per benemeranza come riconoscimento per i successi conseguiti all’estero.
Nel 1978 lo Studio Testa diventa Armando Testa S.p.A. che negli anni seguenti apre le sedi di Milano e Roma e continua a siglare campagne pubblicitarie di grande successo. Dalla metà degli anni ottanta Testa, oltre che nella pubblicità vera e propria, si impegna nell'ideazione di manifesti per eventi e istituzioni culturali e di impegno sociale, da Amnesty International alla Croce Rossa, dal Festival dei Due Mondi di Spoleto al Teatro Regio di Torino.
Testa realizza anche i marchi che contrassegnano enti culturali come il Salone del Libro, il Festival Cinema Giovani di Torino e il Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea. La sua agenzia diventa la più grande fra quelle operanti in Italia in quel settore, con sedi nelle più importanti nazioni europee. Si dedica ad una ricerca grafica e pittorica di libera creatività negli anni ottanta e novanta. La pubblicità viene ormai studiata come forma autonoma di espressione e comunicazione, e diverse istituzioni italiane e straniere dedicano a Testa mostre sulla sua opera, che spesso includono la sua attività pittorica.
Vanno ricordati il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano nel 1984, la Mole Antonelliana di Torino nel 1985, il Parson School of Design Exhibition Center di New York nel 1987, il Circulo de Bellas Artes di Madrid nel 1989, il Palazzo Strozzi di Firenze e The Israel Museum nel 1993, il Castello di Rivoli nel 2001, Castel Sant'Elmo di Napoli nello stesso anno, e infine l’Istituto Italiano di Cultura a Londra nel 2004.
Le sue opere fanno parte di importanti collezioni museali quali il MoMA di New York, lo Staedelijk Museum di Amsterdam, The Israel Museum di Gerusalemme, il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma e numerose altre istituzioni internazionali.
Nel 1989 diviene "Honor Laureate" presso la Colorado State Universily di Fort Collins.
Armando Testa muore a Torino nel marzo 1992.
Fonte: Armando Testa
da: http://www.ilcinzanino.org/2010/10/armando-testa-creatore-dellomonimo.html
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Francesco Cirio, fondatore delle industrie "Cirio"
Il marchio “Cirio” è famoso in tutto il mondo, meno lo è il fondatore di questa azienda Francesco Cirio e pochi sanno, specialmente i più giovani che le origini sono Piemontessime, infatti il Sig. Cirio è nato a Nizza Monferrato.
Conosciamo un po’ meglio questo illustre personaggio Piemontese.
Francesco Cirio nasce a Nizza Monferrato il 25 dicembre 1836 da Giuseppe e Luigia Berta e si trasferisce presto a Fontanile (AT) dove il padre apre una bottega. Francesco lavora nel negozio paterno e dall'età di undici anni svolge piccoli lavori in proprio che gli permettono di imparare a familiarizzare con il mestiere dell'imprenditore.

Nel 1850 si stabilisce con il fratello Ludovico a Torino e si dedica al commercio degli ortaggi nei mercati di Porta Palazzo e Piazza Bodoni. Contemporaneamente, lavorando come scaricatore allo scalo ferroviario, vaglia la possibilità di esportare prodotti ortofrutticoli sul mercato francese. Nel 1856 impianta in via Borgo Dora una modesta fabbrica per l'inscatolamento di piselli.
Gli approvvigionamenti necessari alle truppe che hanno combattuto la guerra di Crimea del 1854-1856 hanno infatti messo in luce le potenzialità offerte dalla conservazione di alcune verdure. Contemporaneamente Cirio continua ad incrementare l'esportazione di verdure fresche, il cui volume passa, grazie ad un accordo con la Società delle Ferrovie dell'Alta Italia, dai 53 vagoni del 1871, ai 4.519 del 1880.
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Grazie alla legge Cirio che facilita e migliora la conservazione dei prodotti durante il trasporto, Francesco Cirio è in grado di esportare in Austria, Francia e Germania grandi quantità di derrate alimentari. Il suo attivismo lo porta in quegl'anni a dar vita in poco più di un decennio a numerose attività.
Dopo il 1884 alle preesistenti "Francesco Cirio" e "Francesco Cirio e Comp." si aggiungono la Società in nome collettivo "Esportazione uova", la "Polenghi Lombardo Cirio e Comp", la "Società anonima di esportazione agricola Cirio", la “Società italiana per la bonifica dei terreni ferraresi” e la "Società anonima per la colonizzazione dei territori incolti in Italia".
Nel 1885 si procede all'accorpamento di tutte le attività nella "Società anonima di esportazione agricola Cirio", la quale, dopo due esercizi iniziali incoraggianti, va incontro ad una pesante crisi, che ha come conseguenza l'esautorazione dello stesso Cirio, retrocesso a direttore tecnico, ed il suo successivo disimpegno.
Nel 1889 la Società Cirio, divenuta nel frattempo Spa, possiede ormai filiali in tutta Europa e inizia ad investire nel sud d'Italia costruendo fabbriche in Campania e in Puglia per la produzione di tabacco. Attività collegate sono anche l'estrazione della torba a Codigoro e la lavorazione del tonno in Portogallo.
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Francesco Cirio si impegna inoltre energicamente sul terreno della riforma sociale, ottenendo nel 1896 in concessione dal comune di Terracina (Na) 20.000 ettari di terreno improduttivo, dei quali si accolla gli oneri di bonifica, destinati a costituire la colonia agricola "Principessa Elena di Napoli". L'iniziativa, avviata con successo, porta all'assegnazione di 24 poderi, ma non è stata continuata per la morte di Francesco Cirio avvenuta a Roma il 9 gennaio 1900.
All'indomani della scomparsa del suo fondatore l'azienda viene guidata dai due fratelli Pietro e Paolo Signorini.
da: http://www.ilcinzanino.org/
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E' morto Renzo Giubergia, il re della Borsa che amava la famiglia
Era nato ad Alpignano, in provincia di Torino, il 14 settembre 1925
Se vivere significa anche, e forse soprattutto, lasciare qualche segno sul mondo, Renzo Giubergia ha vissuto davvero tanto. Tanto di più degli 84 anni che si portava addosso con la fatica degli ultimi tempi e lo sguardo un po’ triste e invece il sorriso sempre più caldo, affettuoso. Ha vissuto tanto di più degli anni avuti in sorte, perché ha fatto tanto ed è stato una presenza importante in molte vite. In fondo ha vissuto due volte, a cavallo di un’operazione al cuore quarant'anni fa, quando i bypass si facevano solo in America. Si dice che a volte questi traumi ti trasformino, ti rendano una persona diversa: lui no, con il cuore rimesso a nuovo era rimasto lo stesso. Forse era diventato persino un po’ più grande, quel cuore, anche se non ce n’era affatto bisogno perché già lo era prima che glielo aprissero.
Perché Renzo Giubergia, figlio di un agente di Borsa, è stato certamente un grande uomo della finanza dall’intuito formidabile - pensare che aveva in tasca una laurea in ingegneria idraulica, e in ufficio è sempre rimasto «l’ingegnere». Aveva anche un grande amore per l'intelligenza, e quando la trovava negli altri, soprattutto nei bambini che magari metteva alla prova con un indovinello o due, gli usciva un sorriso di gratitudine.
È stato anche uno sportivo, un olimpionico di scherma, in tempi talmente lontani che parevano irreali.
Adorava la musica classica e la campagna. Ma questi non sono i segni più importanti che lui ha lasciato sul mondo. Renzo Giubergia è stato un grande pater familias in questi nostri strani tempi in cui quanto più sembra superata, tanto più sentiamo il bisogno di questa figura antica. Prima era stato un figlio fedele, capace di seguire le orme già tracciate da suo padre. Poi è diventato un grande padre e un grande nonno. E mica soltanto per i suoi due figli e i tanti nipoti. Anche per chi gli stava intorno, e persino a prescindere dall'età e dalla generazione di appartenenza. Sapeva contagiare il senso della famiglia, darti la dritta giusta in caso di emergenza affettiva. Essere sbrigativo e severo, persino, quando era questo che serviva. La sua, di famiglia, la cementava giorno per giorno, con tutto questo ed altro. Con un piglio patriarcale, ma senza dogmi. La sua intelligenza del mondo, la capacità cioè di capire quel che ti succede intorno e anche un po' quel che succede dentro l'animo degli altri, l'aveva reso una persona aperta. Mai bacchettone anche quando forse avrebbe avuto il diritto di esserlo.
Questo senso della famiglia che ha costruito la sua e aiutato tanti a barcamenarsi dentro la propria, Renzo Giubergia l'ha poi trasmesso in uno spazio umano e affettivo ancor più grande. Questo spazio si chiama Paideia e si dissemina per gli ospedali della nostra regione, nell'assistenza ai bambini malati e alle loro famiglie, in una serie di iniziative di cui è quasi impossibile fare l'elenco, perché sono tantissime.
La fondazione è dedicata ai bambini che vivono in situazioni di disagio, e li aiuta in tanti modi. E' una sua creatura, ma in fondo è «soltanto» una propagazione del suo senso della famiglia, talmente grande che ha avuto bisogno di estendersi anche così, facendo del bene a dei bambini che stanno male. Adorava farli giocare, i bambini. Gli piaceva averne intorno tanti, come alle feste campestri «del nonno» che radunavano tre generazioni e lui le sentiva tutte sue, in un largo abbraccio che ora il ricordo prova a ricambiare, con tanta tristezza e tanto smarrimento.
da: "La Stampa Web"
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Gruppo Miroglio Tessile – Alba (Cn)
mercoledì 28 luglio 2010
Ecco un’altra storica realtà industriale dell’albese, si tratta del “Gruppo Miroglio Tessile” che porta in giro per il mondo il marchio dell’alta moda Piemontese. Si tratta infatti di uno dei marchi più conosciuti per gli addetti ai lavori, ma non solo. Sicuramente famosi sono i brand distribuiti nei migliori negozi del pianeta.
LA STORIA
Il Gruppo Tessile Miroglio nasce a fine Ottocento nel territorio albese e si sviluppa attraverso il lavoro di quattro generazioni di imprenditori, fino a diventare una realtà di dimensioni internazionali nel campo dei tessuti e delle confezioni femminili.
Nel 1884 Carlo Miroglio, artigiano, insieme alla moglie Angela Scarsello, si stabilisce ad Alba (CN), dove inizialmente si dedica al commercio ambulante nei mercati locali. Apre quindi un negozio di tessuti nella centrale piazza Duomo, praticando una politica di prezzi contenuti che gli permette di aumentare la clientela, proveniente anche dai paesi limitrofi.
Nei primi del Novecento i commessi sono già una dozzina e nel 1902 entra nell'attività
Giuseppe, il maggiore dei sei figli, che si occupa non solo delle vendite, ma anche degli acquisti, e modifica il metodo fino ad allora seguito dal padre riducendo il numero dei fornitori, scelti tra fabbricanti importanti come Marzotto, Mazzonis e De Angeli Frua.
In tal modo riduce i costi e dà avvio alla strategia commerciale che diventerà una costante caratteristica nell'azione dell'azienda.
Giuseppe, il maggiore dei sei figli, che si occupa non solo delle vendite, ma anche degli acquisti, e modifica il metodo fino ad allora seguito dal padre riducendo il numero dei fornitori, scelti tra fabbricanti importanti come Marzotto, Mazzonis e De Angeli Frua.
In tal modo riduce i costi e dà avvio alla strategia commerciale che diventerà una costante caratteristica nell'azione dell'azienda.

La crescita del negozio prosegue fino alle soglie della prima guerra mondiale, quando la contrazione degli affari costringe Giuseppe, che nel frattempo ha assunto la piena gestione aiutato dai fratelli Battista e Cesare, a trasformare l'azienda secondo le esigenze del momento. Ottiene infatti la fornitura di 100 mila camicie al prezzo di 4,10 lire l’una e di 150 mila mutande per 3,60 lire ciascuna da produrre per l'esercito.
Allestisce quindi un laboratorio di confezioni in un cinema di Alba, impiegandovi decine di ragazze fino allo scoppio del conflitto, quando è richiamato al fronte assieme ai fratelli.
Tornati dalla guerra nel 1918 i Miroglio con l'aggiunta del fratello Leone riprendono il lavoro specializzandosi nella vendita all'ingrosso.All'impennata delle vendite nel 1920 segue l'anno successivo la crisi, provocata dal ribasso dei prezzi imposto dal governo, che blocca completamente le vendite.
Davanti al rischio di un fallimento si adotta una precisa strategia: aprire nuovi punti vendita per smaltire a prezzo di liquidazione le quantità eccedenti di tessuti, e pagare così i fornitori. Al negozio di Alba si affiancano quelli di Nizza Monferrato, Cuneo e Genova, mentre tra il 1926 e il 1928 vengono rilevati i negozi concorrenti albesi, gettando le basi per lo sviluppo della futura rete commerciale e produttiva.
![La famiglia Miroglio al completo. Al centro in piedi Giuseppe Miroglio, seduto a sinistra Carlo Miroglio. Inizio XX sec. Archivio Miroglio, Alba (CN) [pdf] La famiglia Miroglio al completo. Al centro in piedi Giuseppe Miroglio, seduto a sinistra Carlo Miroglio. Inizio XX sec. Archivio Miroglio, Alba (CN) [pdf]](http://www.corsi.storiaindustria.it/im/settoriindustriali/miroglio/inizi%20novecento%20-%20foto%20posa%20famiglia%20di%20origine%20del%20commendatore%20Giuseppe%20Miroglio%20Carlo%20Miroglio.jpg)
Nel 1929 la società si scioglie e ognuno dei fratelli pensa alla propria attività: Giuseppe resta ad Alba e da questo momento in poi la storia della Miroglio diventa la sua storia.
Il primo passo dal commercio all'industria è la lavorazione affidata a terzi. Negli anni Trenta l'industria serica attraversa una crisi pesante e irreversibile dovuta alla concorrenza delle fibre artificiali, più economiche e allora di moda. Nel 1934 Giuseppe acquista in blocco la rinomata produzione albese di bozzoli, rimasta invenduta.
Le operazioni di stufatura e filatura sono effettuate in loco, mentre la seta viene spedita a Como per essere tessuta. Giuseppe organizza poi la vendita delle stoffe sul mercato nazionale, utilizzando una rete di rappresentanti e applicando prezzi inferiori a quelli correnti.
L'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale segna una battuta d'arresto nell'attività, in seguito anche alla chiusura di gran parte dei filatoi. Nel 1947 Giuseppe avvia un'attività industriale propria, impiantando una tessitura ad Alba. Tre anni dopo i telai attivi sono una cinquantina e nel 1953 la fabbrica risulta dotata di 250 telai automatici in grado di tessere seta, rayon e cotone.
![Piazza di Alba davanti al negozio Miroglio. Inizio XX sec. Archivio Miroglio, Alba (CN) [pdf] Piazza di Alba davanti al negozio Miroglio. Inizio XX sec. Archivio Miroglio, Alba (CN) [pdf]](http://www.corsi.storiaindustria.it/im/settoriindustriali/miroglio/2.jpg)
Nel 1955 Giuseppe cede la proprietà dell'azienda ai due figli maschi, che dal dopoguerra collaborano con lui: in veste di presidente, Carlo si occupa della gestione amministrativa; come amministratore delegato ,Franco gestisce la parte commerciale.
Giuseppe si dedica quasi esclusivamente alla creazione di uno nuovo stabilimento, la Vestebene, per la produzione in serie di confezioni femminili, intuendo la possibilità di conquistare un intero mercato legato agli articoli di largo consumo. A metà degli anni '50, infatti, la maggioranza della popolazione femminile italiana si serve ancora della sarta o confeziona da sé i capi.
Puntando sulla vendita di grandi quantitativi, piuttosto che su ampi margini di guadagno, la Vestebene si connota per la produzione di abiti semplici e di facile esecuzione, confezionati da una manodopera femminile appositamente istruita tramite corso per confezioniste. I macchinari sono sistemati nella vecchia sede della tessitura e poi trasferiti in via Santa Barbara, ad Alba.
La vestaglietta modello "Lido", che inaugura la produzione, è venduta a 1.000 lire, prezzo così irrisorio da sbaragliare la concorrenza. La produzione iniziale è di 240 capi al giorno e nella primavera-estate del 1955 tutti gli esemplari realizzati vengono acquistati da grossisti e commercianti di merceria.
Nel 1957 Miroglio impianta in località Vaccheria una moderna tintoria-stamperia che permette di ridurre ulteriormente i costi e di raggiungere il ciclo completo di lavorazione; questo è l'ultimo e diretto intervento di Giuseppe per azienda, cui comunque continuerà a interessarsi fino alla morte, nel 1979.
Nel 1960 entra sul mercato una nuova fibra sintetica, ilpoliestere che, sottovalutato dai cotonieri, viene invece utilizzato dalla Miroglio per produrre tessuti a prezzi competitivi.
Nel 1961, per ovviare alla dimensione ancora artigianale delle confezioni che ne penalizza lo sviluppo, si avvia una riformatecnologica, si applicano nuovisistemi organizzativi basati sui tempi e sui metodi, con il cottimo, riducendo i costi e facilitando l’espansione produttiva.
Il settore delle confezioni aumenta così la gamma di prodotti (gonne a pieghe, abiti, giacche, tailleur e capispalla), viene promosso attraverso campagne pubblicitarie e inizia ad avere un successo pari a quello dei tessuti. Nel 1964 si raggiunge il milione di capi prodotti.
Nei primi anni Settanta la crisi del settore tessile colpisce l'azienda, diventata Gruppo Tessile Miroglio nel 1971. Il Gruppo cerca di rispondere alla crisi seguendo tre linee d'azione. ![Il magazzino di Pollenzo, che diventerà uno dei primi esempi di innovazione logistica a livello europeo. Archivio Miroglio, Alba (CN) [pdf] Il magazzino di Pollenzo, che diventerà uno dei primi esempi di innovazione logistica a livello europeo. Archivio Miroglio, Alba (CN) [pdf]](http://www.corsi.storiaindustria.it/im/settoriindustriali/miroglio/5.jpg)
Attua una politica di specializzazione e di decentramento territoriale nel cuneese, creando tante piccole fabbrichette destinate a una sola tipologia di prodotto: lo stabilimento di Cuneo per gli abiti, quello di Bra per le giacche e quello di Cortemilia per le gonne. Poi realizza nuovi stabilimenti in paesi esteri a basso costo di manodopera come Tunisia, Egitto e Grecia. Infine investe in campo tecnologico.
Per rafforzare l'organizzazione di vendita nei mercati stranieri come Francia, Germania, Inghilterra e Svizzera si creano nuove società commerciali.
Nel settore confezioni nel 1970 nasce lo stabilimento di Patrasso, in Grecia, per la produzione di gonne e tre anni dopo una sede a Tunisi per la realizzazione di cappotti e tailleur.
Sul fronte della tessitura nel 1974 prende il via la produzione di fili continui, con l'installazione dei primi torcitoi per filo di poliestere nello stabilimento di Saluzzo; l'anno dopo nascono la Sublitex, con sede a Guarene d'Alba, e la Miroglio USA di New York per la commercializzazione di tessuti stampati con il metodo trasfert. Alla fine del decennio le confezioni sono il settore trainante, registrando un export pari al 35% del fatturato e contando 2 mila dipendenti.
Nel 1980 la crisi del mercato a livello europeo e la crescente produzione giapponese di un tessuto di filato sintetico simile alla seta naturale, mette in difficoltà la divisione dei tessuti Miroglio, che basa buona parte delle esportazioni sul poliestere classico.
L’azienda decide così di avviare un piano di ristrutturazione generale per accrescere l’efficienza sia produttiva sia distributiva: si sostituiscono le produzioni in declino con altre più richieste, si costruiscono impianti adatti alla realizzazione di tessuti di poliestere serici di tipo giapponese e si introducono nuove tecnologie nella stamperia di Alba.
Nel 1984 la crisi è arginata ma si assiste a una inversione di rotta nel settore trainante delle confezioni: il prodotto Vestebene, non riesce più a reggere il confronto in un mercato in cui diventa fondamentale il richiamo della griffe rivolta alla classe media.
Per adeguarsi ai nuovi trend, la Miroglio deve ora lanciare i primi marchi aziendali: il primo è Fiorella Rubino, linea elegante per signora, cui seguono Elena Mirò, destinato alle taglie conformate, Diana Gallesi e Motivi. Dal 1988 si sviluppano collaborazioni con alcuni stilisti per conquistare la fascia medio-alta del mercato per le linee prêt-à-porter: Moschino crea C’est comme ça, Daniel Heckter una linea con il suo nome e Krizia disegna Per Te by Krizia.
Alla fine degli anni Ottanta una politica di internazionalizzazione porta all'acquisto delle francesi Caroline Rohmer (1987) e Sym(1993) e delle tedesche Glaser e Flick (1989).
Nel 1996 viene realizzata una nuova tessitura a Vinosa, in provincia di Taranto, e nuovi investimenti sono destinati alla creazione di una divisione autonoma in Bulgaria, la Divisione Giorgetti, e della Miroglio Lana (1999); viene costruito anche un nuovo stabilimento a Marrakech.
Per soddisfare tutte le fasce di mercato si prosegue con il lancio di nuovi marchi: da Caractère (1993) a Dream, My Time e Claudia Gil.
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Nel 1999 Franco Miroglio cede l'incarico di amministratore delegato al figlio Edoardo, mentre sua sorella Nicoletta si occupa di alcune aziende della divisione Tessuti; i 3 figli di Carlo, Giuseppe, Elena ed Elisa, si avvicendano invece all'interno della Vestebene.
Nel 2000 Vestebene produce e vende oltre 11 milioni di capi, l'anno successivo viene lanciato il nuovo marchio Oltre e nel 2004 la joint venture con l'industria locale Elegant.
Prosper rafforza il posizionamento della Miroglio in Cina. Oggi il Gruppo dispone di 36 società operative in Italia e nel mondo con una capacità produttiva annua di 15,5 milioni di capi confezionati.
Fonte: Storia Industria Italiana
da: http://cinzanino.blogspot.com/2010/07/gruppo-miroglio-tessile-alba-cn.html
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Homenagem ao Eng. Cesare Manfredi – um campineiro vindo do Piemonte
Silvia Maria Manfredi – Mondovi, 26 de julho de 2010
Silvia Manfredi é socia dell' Associazione Piemontesi nel Mondo - Sezione di San Paolo
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Camillo Olivetti & Adriano Olivetti
Camillo Olivetti nasce ad Ivrea (TO) il 13 agosto 1868 in un'agiata famiglia della borghesia ebraica torinese. Dopo una severa formazione si iscrive al Politecnico seguendo brillantemente i corsi di Galileo Ferraris, scopritore del campo magnetico.
Nel 1891 si laurea in ingegneria e compie un soggiorno a Londra durante il quale lavora anche in una fabbrica. Aderisce inoltre alle idee socialiste e sviluppa specifici interessi per il federalismo, le autonomie locali e le riforme istituzionali democratiche. Nel 1893 segue Ferraris in Americae vi si stabilisce per due anni in qualità di assistente di elettrotecnica alla Stanford University della California.

Al suo ritorno in Italia decide di intraprendere un cammino imprenditoriale autonomo. Nel 1896, con i due amici Dino Gatta e Michele Ferrero, costituisce ad Ivrea una fabbrica di strumenti di misura elettrici, la C. G. S, così chiamata dalle iniziali che sottintendono i nomi delle principali unità di misura: centimetro, grammo, secondo.
Nel 1904 l'azienda si trasferisce a Milano; tre anni dopo Camillo Olivetti ne lascia la direzione a Gatta e rientra ad Ivrea per impiantarvi una fabbrica per la realizzazione di macchine per scrivere: la "Ing. Camillo Olivetti e C." nasce il 29 ottobre 1908. Insieme a Domenico Burzio incomincia a studiare, a disegnare, a fucinare i pezzi del suo primo modello di macchina per scrivere, ispirandosi ai modelli che aveva potuto vedere durante il suo viaggio americano. La Olivetti M1 viene realizzata nel 1909 e presentata all'Esposizione Internazionale di Torino del 1911.
![Camillo Olivetti con alcuni dipendenti in occasione dell’Esposizione Internazionale di Torino. 1911. Associazione Archivio Storico Olivetti, Ivrea (TO) [pdf] Camillo Olivetti con alcuni dipendenti in occasione dell’Esposizione Internazionale di Torino. 1911. Associazione Archivio Storico Olivetti, Ivrea (TO) [pdf]](http://www.corsi.storiaindustria.it/im/areetematiche/protagonisti/camillo_olivetti/uno.jpg)
I primi anni Dieci segnano una grande espansione per l'Olivetti che apre filiali a Milano, Genova, Roma e Napoli. L'ingegner Camillo decide di non delegare la vendita a concessionari, ma di attuare un'organizzazione di distribuzione ed assistenza diretta, di cui lui stesso è il principale animatore; si reca infatti personalmente dai vari clienti e spesso si sostituisce al meccanico incaricato delle riparazioni.
Nel 1914, alla vigilia della conflitto mondiale, Olivetti decide di attuare una riduzione della fabbricazione delle macchine da scrivere per dirigersi verso una produzione bellica realizzando parti di fucili, valvole per dirigibili, spolette, magneti per motori dell'aviazione. Negli anni Venti è impegnato in un'attività di rafforzamento delle
![La macchina per scrivere M1 progettata da Camillo Olivetti, il primo modello di macchina per scrivere italiana. 1911. Associazione Archivio Storico Olivetti, Ivrea (TO) [pdf] La macchina per scrivere M1 progettata da Camillo Olivetti, il primo modello di macchina per scrivere italiana. 1911. Associazione Archivio Storico Olivetti, Ivrea (TO) [pdf]](http://www.corsi.storiaindustria.it/im/areetematiche/protagonisti/camillo_olivetti/1104844667617M1.jpg)
capacità produttive aziendali; crea una fonderia (1922), le Officine Meccaniche Olivetti - fondate nel 1926 per la produzione di macchine utensili - e dà impulso al primo nucleo di ricerca e sviluppo.
All'inizio degli anni Trenta si impegna per potenziare la struttura distributiva all'estero e, consolidata la presenza aziendale sul mercato, lascia la presidenza al figlio primogenito Adriano (1938).
Continua però a seguirne le attività e gli sviluppi sia in campo produttivo, conservando all'interno delle Officine la sua vena di sperimentatore e di inventore, che in campo amministrativo e commerciale. Si dedica inoltre al continuo miglioramento dei servizi sociali per i dipendenti costruendo case, mense, asili e centri estivi.
Di profonda fede socialista, e amico personale di Filippo Turati, Olivetti finanzia prima dell'avvento del regime fascista la diffusione di periodici di dibattito politico, contribuendovi personalmente con alcuni testi.
Durante la seconda guerra mondiale scrive e pubblica clandestinamente un opuscolo che propone radicali riforme in ambito sociale, economico-finanziario ed industriale. In seguito all'armistizio dell'8 settembre 1943 deve abbandonare la propria casa di Ivrea per rifugiarsi nel biellese, dove muore il 4 dicembre dello stesso anno.
Adriano Olivetti
Urbanista, editore, scrittore, uomo di cultura, Adriano Olivettiè soprattutto un industriale che crede nell'impresa come vero motore dello sviluppo economico e sociale.
Nasce a Ivrea l'11 aprile del 1901. La vocazione per il mondo dell'industria la eredita dal padre Camillo. Negli anni della formazione, Adriano è molto attento al dibattito sociale e politico; frequenta ambienti liberali e riformisti, collabora alle riviste "L'azione riformista" e "Tempi nuovi" ed entra in contatto con Piero Gobetti e Carlo Rosselli.
Dopo la laurea in Chimica industriale conseguita al Politecnico di Torino, nel 1924 inizia l'apprendistato nell'azienda paterna come operaio.
L'anno seguente, compie un viaggio di studi negli Stati Uniti.
Al ritorno, propone vari progetti per modernizzare l'attività della Olivetti. La nuova organizzazione fa aumentare in maniera significativa la produttività della fabbrica e le vendite dei prodotti. Nel 1932 diventa Direttore Generale dell'azienda, di cui diventerà Presidente nel 1938.
In quegli anni Adriano ripone molta attenzione al rapporto fra impresa e territorio: partecipa agli studi per un piano regolatore della Valle d'Aosta (1937), collabora con l'Istituto Nazionale di Urbanistica e nel 1948 ne diventa membro del Consiglio Direttivo. Nel 1949 fa "rinascere" la rivista"Urbanistica" e due anni più tardi collabora con il comune di Ivrea per avviare un nuovo piano regolatore.
Alla fine della II guerra mondiale l'attività diAdriano Olivetti come editore, scrittore e uomo di cultura si intensifica.
Durante l'esilio in Svizzera (1944-1945) completa la stesura del libro "L'ordine politico delle comunità", pubblicato alla fine del 1945. Vi sono espresse le idee alla base del Movimento Comunità, che fonda nel 1947, per istituire nuovi equilibri politici, sociali, economici tra i poteri centrali e le autonomie locali. 
La rivista "Comunità"inizia le pubblicazioni nel 1946. Per tradurre le idee comunitarie in realizzazioni concrete, nel 1955 fonda l'IRUR - Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale del Canavese - con l'obiettivo di combattere la disoccupazione.
L'anno seguente il Movimento Comunità si presenta alle elezioni comunali e Adriano Olivetti viene eletto sindaco di Ivrea.
Sul piano aziendale, Adriano guida la Olivetti verso gli obiettivi dell'eccellenza tecnologica, dell'innovazione e dell'apertura verso i mercati internazionali, dedicando particolare cura anche al design industriale e al miglioramento dellecondizioni di vita dei dipendenti.
Nel 1956 l'Olivetti riduce l'orario di lavoro da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario. Si costruiscono quartieri per i dipendenti, nuove sedi per i servizi sociali, la biblioteca, la mensa. A realizzare queste opere sono chiamati grandi architetti: Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi, Cosenza, ecc. 
Anche nel design industriale Adriano Olivetti sceglie collaboratori di grandissimo valore, come Marcello Nizzoli ed Ettore Sottsass. Grande cura viene dedicata anche alla grafica e alla pubblicità e la Olivetti diviene un punto di riferimento mondiale per il design industriale.
Il successo di Adriano Olivetti ottiene il riconoscimento della National Management Association di New York che nel 1957 gli assegna un premio per "l'azione di avanguardia nel campo della direzione aziendale internazionale".
Adriano Olivetti muore improvvisamente il 27 febbraio 1960 durante un viaggio in treno da Milano a Losanna, lasciando un'azienda presente su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all'estero.
Fonte: Storia e Cultura dell’industria
da: http://cinzanino.blogspot.com/2010/07/camillo-olivetti-adriano-olivetti.html
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Addio al ciclista Nino Defilippis
TORINO
Venne soprannominato «il cit», cioè il bambino, perchè fu il più giovane nella storia a indossare una maglia rosa, a soli vent’anni. Nino Defilippis, torinese purosangue, si è spento nella notte all’età di 78 anni, dopo una lunga lotta contro il cancro. Lascia un ricordo di grandissima popolarità.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, corse al fianco dei mostri sacri del ciclismo, da Coppi a Bartali, a Kubler. Campioni che avevano molti anni in più di lui, ma che lo adottarono perchè era un giovane molto promettente.
Nel suo palmares un Giro di Lombardia ma anche un altro significativo primato, sette vittorie di tappa consecutive al Tour. Il terzo posto al Giro d’Italia nel ’62 e il quinto al Tour nel ’56 sono i suoi risultati più importanti. Fu anche commissario tecnico degli azzurri nel ’73, quando il titolo mondiale fu vinto da Felice Gimondi.
da: "La Stampa Web"
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GOLF: STORICO SUCCESSO PER L'ITALIA DEL GREEN - Il torinese Molinari vince il primo titolo nell'European Tour
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La piemontese Jessica è Miss Universe Italy
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Addio al Lawrence d'Arabia italiano - Morto a 101 anni Amedeo Guillet
18/6/2010 (18:40)
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Consiglio regionale del Piemonte: Omaggio a Fausto Coppi
È stata inaugurata dal presidente del Consiglio regionale, Davide Gariglio, mercoledì 3 febbraio a Palazzo Lascaris, la mostra fotografica “L’Airone alto nel nostro cielo. L’uomo e la leggenda: immagini”, dedicata a Fausto Coppi.
Sono intervenuti ed hanno rievocato la figura del “Campionissimo” dell’epoca d’oro del ciclismo la figlia Marina Coppi, il giornalista sportivo appassionato della leggenda coppiana, Gian Paolo Ormezzano, il ciclista Paolo Alberati, autore del libro “Fausto Coppi. Un uomo solo al comando”, e Nino Defilippis, campione di ciclismo ed ex commissario tecnico azzurro, che gareggiò con Coppi mentre, il vicesindaco, Carlo Galuppo, è intervenuto in rappresentanza del Comune di Tortona.
“L’ultima mostra prima della chiusura della legislatura – ha dichiarato il presidente Gariglio - sull’epopea di un campione e di uno sport che ha accompagnato momenti anche terribili della storia d’Italia. Una storia d’Italia
che senza quel ciclismo e quei campioni sarebbe stata probabilmente diversa e peggiore”.
La mostra, già esposta a Tortona, è stata allestita a Torino dal Consigliore gionale del Piemonte, nella sede di Palazzo Lascaris, per ricordare, a mezzo secolo dalla morte, il piemontese Fausto Coppi. Egli morì, il 2 gennaio 1960 a soli quarant’anni, quando era già entrato nella leggenda dello sport, anche con il mitico dualismo con Gino Bartali, che appassionava l’Italia del riscatto e della ricostruzione post-bellica.

La mostra comprende 35 pannelli espositivi con fotografie d'epoca e documenti del Campionissimo, a cui si aggiungono 6 dipinti di grande formato che ritraggono Fausto Coppi in bicicletta, realizzati da Claudio Pesci.
Durante la mostra viene proiettato il Dvd di 51 minuti realizzato dal Comune di Tortona che ha lo stesso titolo della mostra e come sottotitolo: “I tortonesi raccontano Fausto”.
Il catalogo della mostra comprende, oltre alle fotografie, anche testi di approfondimento curati da Amilcare Fossati e Gino Bailo.
La mostra è visitabile a Palazzo Lascaris (via Alfieri 15 – Torino) fino al 6 marzo, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 18, il sabato dalle 10 alle 12. Ingresso libero.
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E' morto Gavio, re delle autostrade
16/11/2009 (10:59) - LUTTO NEL MONDO DEL LAVORO
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| Marcellino Gavio era nato a Tortona nel 1932 |
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Piemonte Informa: Una mostra per celebrare Norberto Bobbio
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inaugurato il 15 ottobre a Torino il convegno internazionale dedicato al filosofo Norberto Bobbio in occasione del centenario della nascita.
Dopo aver portato la sua testimonianza nella cerimonia svoltasi nel Teatro Regio, alla quale ha partecipato la presidente Mercedes Bresso, Napolitano ha visitato nell’Archivio di Stato la mostra “Bobbio e il suo mondo”, che rimarrà aperta fino al 10 gennaio 2010.
La mostra intende illustrare la figura di Bobbio nel suo contesto umano, soffermandosi in particolar modo sulla rete di relazioni con una vasta gamma di personaggi, gli “amici di una vita”, tra cui figurano alcune delle personalità più significative della vicenda culturale italiana del secolo scorso. Il nucleo centrale della Mostra è dedicato agli anni della formazione e documenta in modo particolare i momenti della scuola (lo storico liceo d’Azeglio), dell’Università, dell’antifascismo e del Partito d’Azione, estendendosi poi al periodo immediatamente successivo della nascita e del consolidamento della Repubblica. La ricostruzione abbraccia le figure degli amici, dei maestri e dei compagni di questo itinerario di formazione, con particolare attenzione al gruppo di amici antifascisti torinesi (Ginzburg, Antonicelli, Galante Garrone, Agosti, Mila, Pavese, Foa), con cui condivise l’impegno civile. Ma non trascura i diversi ambiti nazionali in cui Bobbio stabilì la propria rete di relazioni culturali, politiche e amicali.
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Il Presidente Napolitano apre le celebrazioni del centenario di Norberto Bobbio
Si sono aperte il 15 ottobre al Teatro Regio, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, le celebrazioni per il centenario della nascita del filosofo torinese Norberto Bobbio.
Di fronte a più di mille persone e alla presenza delle autorità locali, la presidente della Regione Mercedes Bresso, il presidente del Consiglio regionale Davide Gariglio, il presidente della Provincia Antonio Saitta, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, i professori Gastone Cottino, presidente del Comitato nazionale Norberto Bobbio, e Luigi Bonanate hanno parlato dei capisaldi della figura umana, politica e professionale di Bobbio.

Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano nella sua testimonianza ha parlato del rapporto personale avuto con Norberto Bobbio, in particolare, negli anni ’50. “Ricordo la difficoltà di un giovane, ormai impegnato nel partito comunista, a intendere la polemica sollevata da Bobbio che aveva lo scopo di porre interrogativi di fondo, seminare dubbi, proporre argomenti complessi – ha detto Napolitano – per me personalmente apprendere la lezione di Bobbio fu determinante”.
Il Presidente si è poi soffermato sugli anni del suo rapporto più stretto con il filosofo torinese, a partire dagli anni ‘80 e poi negli anni ’90 quando era presidente della Camera.
Infine il Presidente della Repubblica è tornato a sottolineare la lezione di Bobbio sull’elogio della mitezza ed ha rimarcato il proprio ruolo di “potere neutro, fuori dalla mischia politica”.
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L'Etoile del Teatro alla Scala, il ballerino italiano Roberto Bolle
Nato a Casale Monferrato, Roberto Bolle è entrato giovanissimo alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala; il primo a notare il suo talento è stato Rudolf Nureyev, che lo ha scelto per interpretare il ruolo di Tadzio nel balletto Morte a Venezia. Nel 1996, appena due anni dopo il suo ingresso nel balletto scaligero, alla fine di un suo spettacolo di Romeo e Giulietta, viene nominato Primo Ballerino dall’allora direttrice del Ballo, Elisabetta Terabust.
Da quel momento è protagonista di balletti classici e contemporanei come La bella addormentata, Cenerentola e Don Chisciotte (Nureyev), Il lago dei cigni (Nureyev-Dowell-Deane-Bourmeister), Schiaccianoci (Wright-Hynd-Deane-Bart), La Bayadère (Makarova), Etudes (Lander), Excelsior (Dell’Ara), Giselle (anche nella nuova versione di Sylvie Guillem), Spectre de la rose, La Sylphide, Manon, Romeo e Giulietta (MacMillan-Deane), Onegin (Cranko), Notre-Dame de Paris (Petit), La Vedova allegra (Hynd), Ondine, Rendez-vous e Thaïs (Ashton), In the middle somewhat elevated (Forsythe), Tre preludi (Stevenson).
Molti anche i ruoli neoclassici: in Agon, Tchajkovsky pas de deux ma soprattutto Apollon musagète, che gli ha permesso di ottenere una candidatura al Premio "Benois de la danse".
Dal 1996 si è intensificata la sua carriera internazionale.
Ha danzato con il Royal Ballet, il Balletto Nazionale Canadese, il Balletto di Stoccarda, il Balletto Nazionale Finlandese, la Staatsoper di Berlino, il Teatro dell’Opera di Vienna, la Staatsoper di Dresda, Il Teatro dell'Opera di Monaco di Baviera, il Wiesbaden Festival, l'8° e il 9° Festival Internazionale di Balletto a Tokyo, il Tokyo Ballet, l’Opera di Roma, il San Carlo di Napoli, il Teatro Comunale di Firenze.
Derek Deane, direttore dell’English National Ballet, ha creato per lui due produzioni: Il lago dei cigni e Romeo e Giulietta, entrambe rappresentate alla Royal Albert Hall di Londra.
In occasione del 10° anniversario dell’Opera del Cairo, ha partecipato ad una spettacolare Aida alle piramidi di Giza e successivamente all’Arena di Verona, per una nuova versione dell’opera trasmessa in mondovisione.
Dal dicembre ’98 è Artista Ospite Residente del Teatro alla Scala.
Nell’ottobre del 2000 ha inaugurato la stagione del Covent Garden di Londra con Il lago dei cigni nella versione di Anthony Dowell e nel novembre è stato invitato al Bolshoi per celebrare il 75° anniversario di Maija Plisetskaja alla presenza del Presidente Putin.
Nel giugno 2002, in occasione del Giubileo, ha danzato a Buckingham Palace al cospetto della Regina d’Inghilterra: l’evento è stato ripreso in diretta dalla BBC e trasmesso in tutti i paesi del Commonwealth.
Nell’ottobre del 2002 al Teatro Bolshoi di Mosca, è stato protagonista con Alessandra Ferri del Romeo e Giulietta di Kenneth MacMillan, nel corso della tournée del Balletto della Scala di Milano.
Nel 2003, in occasione dei festeggiamenti per i 300 anni di San Pietroburgo, ha danzato Il lago dei cigni, ancora con il Royal Ballet, al Teatro Mariinskij. E subito dopo, per il ritorno del Fauno Danzante a Mazara del Vallo, ha danzato l'Aprés-midi d'un faune di Amedeo Amodio.
Nella stagione 2003/2004 gli viene riconosciuto il titolo di Etoile del Teatro alla Scala.
Nel febbraio del 2004 ha danzato trionfalmente al Teatro degli Arcimboldi di Milano ne L’histoire de Manon, per la prima volta accanto ad Alessandra Ferri.
Nel mese di marzo è apparso in mondovisione al Festival di San Remo, danzando L’Uccello di fuoco, un assolo appositamente creato per lui da Renato Zanella.
Invitato al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo nell’ambito del III Festival Internazionale del Balletto, Roberto Bolle ha danzato il ruolo del Cavalier Des Grieux ne L’histoire de Manon ed è stato inoltre tra i protagonisti del Gala finale danzando il pas de deux dal Ballo Excelsior e Summer di J. Kudelka.
Il 1° Aprile 2004 ha ballato al cospetto di Sua Santità Giovanni Paolo II sul sagrato di Piazza San Pietro, in occasione della giornata della Gioventù.
Nel mese di maggio è stato invitato all’Opéra di Parigi, per il balletto Don Chisciotte, e in dicembre per La Bella addormentata.
In occasione dell’inaugurazione della Scala di Milano dopo il restauro ha danzato accanto ad Alessandra Ferri nel balletto dell’opera Europa riconosciuta. Nel Piermarini restaurato Bolle ha danzato anche nel Galà di stelle di fine anno e, nell’aprile 2005, in Giselle, accanto a Svetlana Zakharova.
Nel marzo 2005 è stato invitato a danzare Apollon musagète al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, in occasione del IV Festival Internazionale del Balletto.
Nel dicembre 2005 è stato interprete al Covent Garden di Londra, accanto a Darcey Bussell, del revival di Sylvia, nella versione di Frederick Ashton, trasmesso a Natale dalla BBC.
Nel febbraio 2006 Roberto Bolle ha danzato alla cerimonia di apertura, trasmessa in mondovisione, dei Giochi Olimpici Invernali di Torino, interpretando una coreografia appositamente creata per lui da Enzo Cosimi.
L’11 giugno 2007 debutta al Metropolitan di New York per l’addio alle scene americane di Alessandra Ferri portando in scena Manon e il 23 giugno si esibisce in Romeo e Giulietta: la critica americana decreta il suo successo con recensioni entusiaste.
Fra le sue numerose partners: Altynai Asylmuratova, Darcey Bussell, Lisa-Marie Cullum, Viviana Durante, Alessandra Ferri, Carla Fracci, Isabelle Guérin, Sylvie Guillem, Greta Hodgkinson, Margareth Illmann, Susan Jaffe, Lucia Lacarra, Agnès Letestu, Marianela Nuñez, Elena Pankova, Lisa Pavane, Darja Pavlenko, Laetitia Pujol, Tamara Rojo, Polina Semionova, Diana Vishneva, Zenaida Yanowsky, Svetlana Zakharova.
Numerosi i premi ricevuti: nel 1995 ha conseguito sia il Premio “Danza e Danza” che il Premio “Positano” quale giovane promessa della danza italiana.
Nel ’99, nella Sala Promoteca del Campidoglio a Roma, gli viene assegnato il Premio “Gino Tani” per aver contribuito con la sua attività a diffondere attraverso il linguaggio del corpo e dell’anima i valori della danza e del movimento. L’anno successivo gli viene conferito in Piazza della Signoria a Firenze il Premio “Galileo 2000” con la consegna del “Pentagramma d’oro”. Riceve inoltre il Premio “Danza e Danza 2001”, il Premio “Barocco 2001” e il Premio “Positano 2001” per l’attività internazionale degli ultimi anni.
Dal 1999 è “Ambasciatore di buona volontà” per l’UNICEF per la quale partecipa a una serie numerosa e significativa di iniziative, fino ad arrivare, nell’estate 2006, all’importante viaggio nel Sud del Sudan per riportare testimonianza diretta della tragica situazione in cui versano le popolazioni del luogo.
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ANSA Piemonte: Morto Gianni Basso, addio a un pezzo di storia del jazz
All'ospedale di Asti. Era malato, aveva 78 anni.
2009-08-17 13:12
(ANSA) - ASTI, 17 AGO - E' morto, all'ospedale di Asti, la sua citta' natale, il musicista Gianni Basso. Aveva 78 anni. Per mezzo secolo e' stato protagonista di concerti all'Italia e all'estero. Riconosciuto come uno dei piu' grandi esponenti del jazz italiano, ha fatto parte di band di primo piano come la Kenny Clarke/Francis Boland Big Band, la Maynard ferguson Biga Band e la Thad Jones Biga Band. (ANSA).
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GILBERTO MANIGRASSI e UN MONUMENTO DIMENTICATO
(Se è vera passione resterà dentro di te per sempre.)
Potrei cominciare a scrivere queste righe con un :” C’era una volta…..a Costigliole…”,
e tutto potrebbe continuare semplicemente narrando fatti, date, nomi etc. etc., ma vorrei ricordare tutto, o quasi, con una storia semplice, senza tante date, senza tanti nomi. Storia che credo per molti significativa, senza rimpianti, anche se con un po’ di nostalgia.
Siamo agli inizi degli anni ’70.
Molti giovani ed anche meno giovani, hanno la cosidetta “MOTO”, chi per scelta, chi per piacere e chi per necessità.
Le auto costano molto di più di una motocicletta di media cilindrata ed allora ben venga la moto.
Oggi sembra assurdo, ma è così, un tempo si comprava la moto perché la macchina costava, ora quasi si compra la macchina perché la moto costa troppo.
A Costigliole c’è un tale che si chiama Gilberto Manigrassi, tipo allegro, sempre disponibile a parlare, a volte fin troppo, un po’ irascibile, e un po’ scorbutico ai più, in realtà un simpatico, geniale. Per meglio rendere l’idea direi, riassumendo tutto in una sola parola : “Un personaggio”.
Aiuta, all’inizio della storia, suo padre nel negozio di barbiere, vicino al ponte del Varaita, non fará mai il barbiere... ma il negozio è sempre pieno!
Nel negozio tutto è ancora come negli anni ’60, le sedie, l’arredo col grande specchio, il palchetto in legno unto di olio, la cassa appena entri a sinistra….., tipo vecchi cinema, dove oltre a pagare il servizio fai pure l’abbonamento al “Pulman” e il tesserino per la pesca e prenoti il corriere ed altro ancora , ma intorno a te cominci a vedere fotografie appese, ingrandite, quadri, posters, targhe, coppe…tutto parla di moto e motociclismo.
Allora non puoi far altro che chiedere, e chiedi il perché son lì, cosa sono, chi cè sulla foto e da lì non vai più via. Gil, come tutti lo chiamano, comincia parlare e ti parlerebbe per ore ed ore delle moto, dei piloti, delle gare, del motocross, da sapiente intenditore e buon critico, a volte troppo, ma fa parte del suo essere.
Lui corre in moto, grandissima passione, fà come si dice in gergo : il Motocross.
Non so io e non ricordo come e quando abbia iniziato, l’ho conosciuto dopo, quando già correva.
Io lo ricordo quando correva ai tempi dei grandi nomi del cross : Ostorero, Cavallero, poi Bessone, poi dopo ancora Boano etc. quando allora esisteva, qui vicino a noi, più precisamente sulla colletta di Rossana, un campo da gara internazionale, sì ho detto Internazionale, del Motoclub Busca, dove si svolgevano gare nazionali ed Internazionali, una pista bellissima, stracolma di gente che andava a vedere i grandi piloti !
Gil entró a far parte del direttivo del Club ed aiutó nell´organizzazione di una prova di campionato mondiale, dove vinse il mitico Joel Robert sulla sperimentale Suzuki...
Poi in seguito la pista fu chiusa e finita nel dimenticatoio a causa di molteplici problemi.
Gil dicevo, correva, me lo ricordo bene, correva con il Moto Club Busca e ricordo che tutti lo conoscevano, sapeva farsi largo tra tutti, non tanto per le sue doti di pilota, ma per il suo modo di essere, per la simpatia o antipatia, dipende da come lo si conosceva. In gara era il tipo che, o arrivava bene o non arrivava affatto, dava il massimo, il tutto per tutto, ed è pure caduto molte volte, contando... 14 fratture !!!
Da lì a un po’, comincia a scrivere per vari giornali, ovviamente di moto, arriva anche a collaborare con una testata ai tempi molto famosa: IL PILOTA MOTO (se non erro) e non solo. Collabora con vari giornali locali, scrive di motori e si diletta ogni tanto a fare poesie, partecipa a vari concorsi letterari, fonda e dirige l´ONPI (Ordine Nazionale Poeti Italiani) retto poi per anni.
Mentre comincia a fare il giornalista specializzato,a girare in lungo e in largo i vari settori delle moto, campi di gara, scuderie, conoscere e frequentare personaggi di un certo calibro e tutto quanto abbia a che fare col motociclismo.
Ha un ¨suo¨ programma televisivo, che dura per anni, con le due piú importanti emittenti piemontesi del tempo, collabora a diversi programmi di radio, mentre lavora con la rivista MOTOCROSS e, diventa uno dei giornalisti fondatori del nascente settimanale MOTOSPRINT, mentre scrive per un´altra mezza dozzina di riviste specializzate in tutto il mondo.
Due anni dopo apre la -sua- rivista di moto, MOTONOTE che parla di quello che avviene nelle due ruote in Piemonte, Liguria e Valle d´Aosta.
Anno 1974
Dalla sua esuberante e prolifica testa, nasce e fonda un Club con alcuni amici, per gli amanti delle motociclette che ovviamente chiamerà :” TEAM CROSS GIL”, diventando il presidente più giovane d’Italia.
A quei tempi il Club annoverava tra i soci, tutti coloro i quali amano la moto, non solo motociclisti puri. La sede è in un localino di un ex vecchio negozio, per entrare si scende un gradino e se piove o nevica, è un macello ed è nel bel mezzo di una curva, uscendo da Costigliole, verso Cuneo.
Ma l’importante è avere una sede, piccola, ma funzionale.
Ogni mercoledì sera (chissà poi perché le riunioni di tutte le associazioni si fanno il mercoledì), ci si ritrova insieme a parlare di moto, di donne, di musica, di fatti altrui, di tutto un po’.
E Gil immancabilmente sforna idee per allargare il club, per pubblicizzarlo, insomma, per far si che diventi grande, unico. L’importante Team Cross Gil.
Tra i vari soci, pian piano verranno fuori giovani piloti, promesse del motociclismo futuro.
Chi si affaccia al club ne rimane entusiasta, viene in qualche modo coinvolto, Gil riesce anche a coinvolgere anche chi la moto non l’ha mai avuta e nemmeno è capace guidarla.
Tutti ci credono in quest’avventura e Gil ne è l’orgoglioso Presidente.
Si organizzano molteplici cose come la visita al salone del Ciclo e Motociclo di Milano e sono anch’io, volto con Gil al salone di Milano e stupore…..tutti lo conoscono anche lì !
Ricordo che mi presentò pure un grande pilota che allora mi piaceva da matti : Ivan Alborghetti.
Il motoclub cambia sede, andando in uno spazio piú grande verso la strada che porta a Saluzzo.
Poi ancora gare di cross tra soci, in una pista ricavata chissà come sulla collina Costigliolese (la Cumba), sempre all’ombra e difficile da raggiungere, gare sociali e gare tra club.
Un po’ di tutto, anche una gara di Trial sempre a Costigliole e con grandi nomi del trial nazionale.
Organizza una gara di ¨marca¨ il primo Enduro Nazionale riservato alle moto Yamaha.
Nei tempi ¨vuoti¨ brevetta il primo stivale da cross in plastica, ammortizzatori con radiatore a scambio di olio, un cavalletto smontabile per sorreggere la moto, un silenziatore (copiato da quelli per armi) due visiere per i caschi da cross e ... disegna pure due caschi , uno ancora fabbricato oggigiorno!
Sempre grazie al suo interessamento, dell’allora vice Beppe Mandrile, del fido Ugo Mastrorilli, non motociclista, ma sempre presente e grande appassionato, sempre pronto a darti una mano in qualsiasi occasione.
Gil elabora e sforna un’idea a dir poco geniale. La “Festa del motociclista”.
Tutto piace e tutto invoglia a continuare l’avventura del club.
La festa, a cadenza annuale (per dieci anni) viene organizzata nientemeno che alle Cupole di Cavallermaggiore, il tempio della musica e la più grande sala da ballo che ci sia all’epoca !
In quell’occasione si premiano tutti i piloti che nell’anno hanno avuto meriti sportivi, piazzamenti in classifica. Ospiti illustri, piloti professionisti, vengono invitati dal Gil, un evento straordinario.
In centinaia arrivano a questa festa, da tutte le parti d’Italia, appassionati e curiosi.
Che spettacolo ! Che soddisfazione!
Mai più ho visto cose così belle, mai più ho visto tanti appassionati insieme e senza invidie o lodi per i loro mostri a due ruote. L’importante era e rimaneva avere la moto. Vivere la moto insieme.
A poco a poco, nel Team arrivano nuovi soci piloti e dico Piloti con la P maiuscola; qualcuno che gareggia nella “Regolarità”, qualcun altro nel “Trial”, molti anzi moltissimi nell’amato “Cross”. Ricordo ora solo qualche nome di chi frequentava il Team : Dutto, Mandrile, Lauro, Fusta, Bessone, ed anche un certo Roberto Boano, (grande pilota !) e non me ne vogliano quelli che ho dimenticato o non ho nominato, ma ricordare tutto e tutti (erano talmente in tanti !) è arduo, come ricordare le date.
Poi arrivano in seguito facce diverse. Non perché diversi dagli altri, ma bensì perché queste facce vogliono addirittura gareggiare in “Velocità”. E bene che si sappia che dalle nostre parti non ci sono né circuiti, né piste o strade adatte! Uno di questi è un buon pilota, di Pinerolo, mi pare si chiamasse Puozzo. Tipo tosto, tosto perché all’epoca riesce a gareggiare in due (2) classi nello stesso giorno, in 250 ed in 125 con la mitica Aletta e ottenendo ottimi piazzamenti di velocità in salita.
Gil si trasforma in manager.
Apre le porte per dei piloti internazionali, ed arriva a gestire un´équipe di 30 piloti, con 12 campioni nazionali e cinque campioni del mondo!
Tra i tanti nomi, Michele Rinaldi, che vince come italiano il primo Campionato del mondo di motocross
La cosa mi affascina, e da motociclista (ai tempi possedevo una Gilera 125 super), comincio a cercare qualcosa di più. Compro una storica Aermacchi 250 Ala d’Oro preparata corse, 218Km./h. cronometrati, che velocità per i tempi in cui siamo! Visita medica, licenza pilota, consigli, prove varie su strade secondarie e con l’occhio vigile dei compagni ai CC (la moto non è omologata stradale, solo corsa), decibel al massimo e gli scarichi liberi fanno il resto.
Sempre con l’appoggio dell’ormai mitico Gil, comincia così la mia avventura nelle corse in salita e qualche gara in circuito. Buoni piazzamenti e comunque sempre nei primi dieci. Bella soddisfazione.
Altra idea, di Gil naturalmente !
Si organizza un “Primo Raduno Motociclistico” con grande successo.
Grande notizia : Si fa un raduno di moto a Costigliole. E’ ben organizzato, Gil si fa in quattro, premi per tutti, per quelli venuti da lontano, per i più giovani etc. etc. e giro panoramico, è festa grande!
Non ne sono certo, in quegli anni se la memoria non mi inganna, non ricordo di aver saputo in zona che ci fossero dei raduni motociclistici.
Il Team Cross Gil è diventato ormai grande grandissimo e importante. Invidiato dai club vicini, invidiato per l’organizzazione e per i successi anche dai club più vecchi. Grande fino al punto di essere uno dei Moto Club più grandi d’Italia !!!
Certo, a Costigliole c’era uno dei Club più grandi d’Italia, mica poco ! Mica da ridere! Lo sapevate voi che leggete ? Ma sapevate di una piccola, ma grande storia come questa ?
Siamo arrivati ai primi anni ’80,
allora Gil tanto per non lasciare che la testa arrugginisca, partorisce un’altra idea, a mio avviso la più grande. Parte in quarta come si suol dire, anche se per coloro i quali sanno cos’è un motore, sarebbe meglio dire parte in prima !
Richieste, consigli, scontri, incontri, lavori, progetti, creazioni, etc…….
Ecco fatto, nasce : “Il Monumento al Motociclista”.
Si un monumento ! A Costigliole ! Si dedicato ai motociclisti ! E chi ce l’ha un monumento così ?
In Italia ad oggi saranno 3 o 4.
Viene costruito gratuitamente dall´amico Alfredo Degiovanni, e, trova un sito dove collocarlo, con l’operosità di alcuni membri del Club e di alcuni simpatizzanti, viene installato su di un lato della piazza Vittorio Emanuele (piazza nuova), lungo via Villafalletto.
Le cose diventano sempre difficili da fare, da organizzare. Anche gli anni passano. Piano piano cè il declino del Team.
Problemi di gestione, spese, tante.
I costi sono sempre più elevati.
Lavoro, impegni, problemi personali, portano Gil sempre più lontano da Costigliole, ma soprattutto sempre più lontano dalla moto e dal Moto Club.
Qualcuno smette di correre, come me.
La burocrazia avanza, arrivano anche i debiti e la gestione diventa difficilissima.
Qualcuno non ci crede più.
Qualcuno vuol fare altre cose.
Nascono così altri club.
Per comodità, per paura, per motivi economici che non sono da sottovalutare o soltanto per poca volontà di impegnarsi a mantenere vivo il club, o per chissà quale altra cosa, altri soci, molti, abbandonano, se ne vanno.
Anche lui, Gil, abbandona e lascia. Costretto. Forse.
Si chiude !
Alcuni soci prendono le redini di quel che rimane del Moto Club e non senza problemi, chiudono il sodalizio. Con un po’ di polemiche, molte critiche e tante parole, finisce così il grande, mitico : “TEAM CROSS GIL”.
Ma senza nemmeno due righe sul giornale, senza che….. che…….che…..!
Tutto sembra già essere dimenticato, passato. Troppo in fretta. Non sembra vero !
Anno 2005
Ne è passato di tempo !
Tutto questo racconto, forse un po’ nostalgico (per chi c’era), è per raccontare un pezzo di storia vera. Un pezzetto di storia di Costigliole . Si perché anche questa è storia.
E quante volte i giovani ragazzi, ma non solo loro, quanti fermandosi in piazza si sono chiesti :
“ Cosè quel monumento?”, perché sta lì ? E chi lo ha fatto ? Chi lo ha voluto ? Perché qui ?
Perché proprio a Costigliole ? Cosa significa ?
E molte persone non hanno saputo rispondere, non sonno rispondere o semplicemente non sanno dare una risposta esatta, precisa, corretta e senza ricadere nella polemica, nelle troppe parole a suo tempo dette.
Quello che però mi fa rabbia, molta rabbia, è che molta gente, molte persone, si limitano a dire con un pizzico di ironia, con un pizzico di spregievole ironia :
“Ah, quello ? E’ il monumento di Gil !”
No, no, non è il monumento di Gil ! Gil ai bei tempi ha fatto sognare tante persone con le moto, Gil ha scritto un pezzo del nostro Motociclismo.
Ma questo Monumento è nostro, di noi motociclisti, di quelli che la moto ce l’hanno dentro, per ricordare questa passione : la Nostra grande passione.
Gil si ricorda bene del Team, delle Moto e del Monumento, anche adesso che è lontano dall’Italia e da Costigliole, ma certamente vicino moralmente, a quei pazzi e forse ormai “vecchietti” veri motociclisti.
Penso che già solo per il fatto di rievocare un periodo così importante farà sicuramente felice, ogni persona, ogni centauro, che ha lasciato qualcosa di suo, nel bene e nel male, a Costigliole e nel famoso Team Cross Gil.
Purtroppo nessuno, o comunque in pochi, hanno più pensato al significato vero di questo monumento, al perché è stato fatto, al perché esiste. E’ stato lasciato in disparte, ma cè, esiste !
E se esiste è perché è stato voluto e regalato a quelli come noi, a quelli che amano la moto, a quelli che hanno una passione dentro che si chiama MOTO, a coloro che le moto le guardano passare con sopra dei Motociclisti Veri (non quelli che smanettano e fan le gare sulle strade !), esiste per ricordare che altri motociclisti Veri, non ci sono più, portati via dal fato o da colpe altrui. Magari, mentre ignari del destino, si godevano una parte di se stessi. Perché la moto è parte di noi.
E’ brutto pensare che lo si sia dimenticato.
Non si dimenticano monumenti nascosti, lapidi scolorite, scritte logore, non che siano meno significativi, ma anche questo è significativo, anche questo è importante e serve a ricordare !
Facciamo una riflessione.
Noi non lo abbiamo scordato, dico noi perché non solo io, ma anche altre persone, altri motociclisti, non lo hanno dimenticato e vogliono che questo Monumento abbia la sua importanza come è giusto che debba avere e rimanga dovè.
Vorrei che questa breve storia fosse conosciuta per quello che è, vorrei che i giovani motociclisti la conoscessero e ne capissero il significato. L’importanza che ha avuto il Club, la passione che si ha per quel mezzo speciale che ti prende dentro : la moto.
Il Monumento è un po’ a pezzi, cioè, avrebbe bisogno di una ripulita, di un po’ di restauro.
Contatto Gil che vive laggiù in Brasile e glielo dico. Mi dice che anche a lui non dispiacerebbe rivedere quel monumento un po’ più decoroso ! Allora, faccio qualche telefonata, contatto qualche “vecchio” centauro.
Maggio 2005
Parlo con il Direttivo della Pro Loco Ceretto di Costigliole, anche loro entusiasti, tutti d’accordo. Restauriamo.
Richiesta in Comune, qualche volontario all’opera ed ecco che il Monumento torna al suo decoro !
Perché la Pro loco di Ceretto ?
Perché organizza per il 6 Maggio il 2° Motoraduno “Colline del Quagliano”.
Quale miglior occasione per festeggiare il restauro ! Ed in occasione del raduno, ci sarà una sosta presso il monumento restaurato : per ricordare, per farlo conoscere e per farlo riscoprire.
Io vorrei che il Monumento al Motociclista, avesse e ritornasse ad avere la sua importanza, anche per un solo giorno all’anno. Che qualche motociclista, si fermasse un solo istante lì davanti a guardarlo,
non per giudicare l’opera, ma per riflettere un attimo sul perché sta lì, perché esiste, quale sia il suo significato.
Forse poi nel ripartire, per un momento, a quel motociclista gli tornerebbero in mente i pensieri, le parole ed i consigli tante volte ricevuti, tante volte considerati banali, ma mai sentiti così veri e dentro al cuore come adesso.
Ex Team Cross Gil
Walter Genre
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Dardanello, un piemontese nuovo Presidente Unioncamere Italiane
Ferruccio Dardanello
Ferruccio Dardanello è nato a Mondovì, in provincia di Cuneo, il 29 giugno 1944. E´ coniugato e ha una figlia. Laureato in Scienze Politiche, dal 9 giugno 2009 è Presidente di Unioncamere. Dal 1993 è Presidente della Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura della provincia di Cuneo e dal novembre 2008 è Presidente di Unioncamere Piemonte.
Commerciante, dal 1984 è Presidente dell´Unione del Commercio, del Turismo e dei Servizi della provincia di Cuneo. Dal 1987 è membro di Giunta e consigliere di Confcommercio Nazionale.
Dal 1988 al 1993 è stato Consigliere Regionale del Piemonte.
Altri incarichi
o Dal 1994 è Amministratore delegato dell´EUROCIN Geie "Le Alpi del Mare/Les Alpes de la Mer" (primo gruppo europeo di interesse economico costituito in Europa fra Camere di Commercio transfrontaliere).
o Dal 1998 è Presidente della CTST - Cooperativa di Garanzia degli operatori del Terziario - che conta circa 9000 soci.
o Dal febbraio 2007 è Vice Presidente del CEIP (Centro Estero per l´Internazionalizzazione del Piemonte).
o Dal maggio 2007 è Vice Presidente del polo universitario nazionale CRESAM (Centro Ricerche Economiche, Sociali, Aziendali e Manageriali).
o Dal 2000, fa parte del Rotary Club "Cuneo - Alpi del Mare".
o Nel 2003 è stato insignito dell´onorificenza di Grand´Ufficiale della Repubblica Italiana.
Ferruccio Dardanello é cugino del nostro Direttore Culturale Silvia Maria Manfredi
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I Santi Sociali piemontesi: Giovanni Bosco
San Giovanni Bosco è indubbiamente il più celebre santo piemontese di tutti i tempi, nonché su scala mondiale il più famoso tra i santi dell’epoca contemporanea: la sua popolarità è infatti ormai giunta in tutti i continenti, ove si è diffusa la fiorente Famiglia Salesiana da lui fondata, portatrice del suo carisma e della sua operosità, che ad oggi è la congregazione religiosa più diffusa tra quelle di recente fondazione.
Don Bosco fu l’allievo che diede maggior lustro al suo grande maestro di vita sacerdotale, nonché suo compaesano, San Giuseppe Cafasso: queste due perle di santità sbocciarono nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi in Torino.
Giovanni Bosco nacque presso Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) in regione Becchi, il 16 agosto 1815, frutto del matrimonio tra Francesco e la Serva di Dio Margherita Occhiena. Cresciuto nella sua modesta famiglia, dalla santa madre fu educato alla fede ed alla pratica coerente del messaggio evangelico. A soli nove anni un sogno gli rivelò la sua futura missione volta all’educazione della gioventù. Ragazzo dinamico e concreto, fondò fra i coetanei la “società dell’allegria”, basata sulla “guerra al peccato”.
Entrò poi nel seminario teologico di Chieri e ricevette l’ordinazione presbiterale nel 1841. Iniziò dunque il triennio di teologia morale pratica presso il suddetto convitto, alla scuola del teologo Luigi Guala e del santo Cafasso. Questo periodo si rivelò occasione propizia per porre solide basi alla sua futura opera educativa tra i giovani, grazie a tre provvidenziali fattori: l’incontro con un eccezionale educatore che capì le sue doti e stimolo le sue potenzialità, l’impatto con la situazione sociale torinese e la sua straordinaria genialità, volta a trovare risposte sempre nuove ai numerosi problemi sociali ed educativi sempre emergenti.
Come succede abitualmente per ogni congregazione, anche la grande opera salesiana ebbe inizi alquanto modesti: l’8 dicembre 1841, dopo l’incontro con il giovane Bartolomeo Garelli, il giovane Don Bosco iniziò a radunare ragazzi e giovani presso il Convitto di San Francesco per il catechismo. Torino era a quel tempo una città in forte espansione su vari aspetti, a causa della forte immigrazione dalle campagne piemontesi, ed il mondo giovanile era in preda a gravi problematiche: analfabetismo, disoccupazione, degrado morale e mancata assistenza religiosa. Fu infatti un grande merito donboschiano l’intuizione del disagio sociale e spirituale insito negli adolescenti, che subivano il passaggio dal mondo agricolo a quello preindustriale, in cui si rivelava solitamente inadeguata la pastorale tradizionale.
Strada facendo, Don Bosco capì con altri giovani sacerdoti che l’oratorio potesse costituire un’adeguata risposta a tale critica situazione. Il primo tentativo in tal senso fu compiuto dal vulcanico Don Giovanni Cocchi, che nel 1840 aveva aperto in zona Vanchiglia l’oratorio dell’Angelo Custode. Don Bosco intitolò invece il suo primo oratorio a San Francesco di Sales, ospite dell’Ospedaletto e del Rifugio della Serva di Dio Giulia Colbert, marchesa di Barolo, ove dal 1841 collaborò con il teologo Giovanni Battista Borel. Quattro anni dopo trasferì l’oratorio nella vicina Casa Pinardi, dalla quale si sviluppò poi la grandiosa struttura odierna di Valdocco, nome indelebilmente legato all’opera salesiana.
Pietro Stella, suo miglior biografo, così descrisse il giovane sacerdote: “Prete simpatico e fattivo, bonario e popolano, all’occorrenza atleta e giocoliere, ma già allora noto come prete straordinario che ardiva fare profezie di morti che poi si avveravano, che aveva già un discreto alone di venerazione perché aveva in sé qualcosa di singolare da parte del Signore, che sapeva i segreti delle coscienze, alternava facezie e confidenze sconvolgenti e portava a sentire i problemi dell’anima e della salvezza eterna”.
Spinto dal suo innato zelo pastorale, nel 1847 Don Bosco avviò l’oratorio di San Luigi presso la stazione ferroviaria di Porta Nuova. Nel frattempo il cosiddetto Risorgimento italiano, con le sue articolate vicende politiche, provocò anche un chiarimento nell’esperienza degli oratori torinesi, evidenziando due differenti linee seguite dai preti loro responsabili: quella apertamente politicizzata di cui era fautore Don Cocchi, che nel 1849 aveva tentato di coinvolgere i suoi giovani nella battaglia di Novara, e quella più religiosa invece sostenuta da Don Bosco, che prevalse quando nel 1952 l’arcivescovo mons. Luigi Fransoni lo nominò responsabile dell’Opera degli Oratori, affidando così alle sue cure anche quello dell’Angelo Custode.
La principale preoccupazione di Don Bosco, concependo l’oratorio come luogo di formazione cristiana, era infatti sostanzialmente di tipo religioso-morale, volta a salvare le anime della gioventù. Il santo sacerdote però non si accontentò mai di accogliere quei ragazzi che spontaneamente si presentavano da lui, ma si organizzò al fine di raggiungerli ed incontrarli ove vivevano.
Se la salvezza dell’anima era l’obiettivo finale, la formazione di “buoni cristiani ed onesti cittadini” era invece quello immediato, come Don Bosco soleva ripetere. In tale ottica concepì gli oratori quali luoghi di aggregazione, di ricreazione, di evangelizzazione, di catechesi e di promozione sociale, con l’istituzione di scuole professionali.
L’amorevolezza costituì il supremo principio pedagogico adottato da Don Bosco, che faceva notare come non bastasse però amare i giovani, ma occorreva che essi percepissero di essere amati. Ma della sua pedagogia un grande frutto fu il cosiddetto “metodo preventivo”, nonché l’invito alla vera felicità insito nel detto: “State allegri, ma non fate peccati”.
Don Bosco, sempre attento ai segni dei tempi, individuò nei collegi un valido strumento educativo, in particolare dopo che nel 1849 furono regolamentati da un’opportuna legislazione: fu così che nel 1863 fu aperto un piccolo seminario presso Mirabello, nella diocesi di Casale Monferrato.
Altra svolta decisiva nell’opera salesiana avvenne quando Don Bosco si sentì coinvolto dalla nuova sensibilità missionaria propugnata dal Concilio Ecumenico Vaticano I e, sostenuto dal pontefice Beato Pio IX e da vari vescovi, nel 1875 inviò i suoi primi salesiani in America Latina, capeggiati dal Cardinale Giovanni Cagliero, con il principale compito di apostolato tra gli emigrati italiani. Ben presto però i missionari estesero la loro attività dedicandosi all’evangelizzazione delle popolazioni indigene, culminata con il battesimo conferito da Padre Domenico Milanesio al Venerabile Zeffirino Namuncurà, figlio dell’ultimo grande cacico delle tribù indios araucane.
Uomo versatile e dotato di un’intelligenza eccezionale, con il suo fiuto imprenditoriale Don Bosco considerò la stampa un fondamentale strumento di divulgazione culturale, pedagogica e cristiana. Scrittore ed editore, tra le principali sue opere si annoverano la “Storia d’Italia”, “Il sistema metrico decimale” e la collana “Letture Cattoliche”. Non mancarono alcune biografie,tra le quali spicca quella del più bel frutto della sua pedagogia, il quindicenne San Domenico Savio, che aveva ben compreso la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Scrisse inoltre le vite di altri due ragazzi del suo oratorio, Francesco Besucco e Michele Magone, nonché quella di un suo indimenticabile compagno di scuola, Luigi Comollo.
Pur essendo straordinariamente attivo, Don Bosco non avrebbe comunque potuto realizzare personalmente dal nulla tutta questa immane opera ed infatti sin dall’inizio godette del prezioso ausilio di numerosi sacerdoti e laici, uomini e donne. Al fine di garantire però una certa continuità e stabilità a ciò che aveva iniziato, fondò a Torino la Società di San Francesco di Sales (detti “Salesiani”), congregazione composta di sacerdoti, e nel 1872 a Mornese con Santa Maria Domenica Mazzarello le Figlie di Maria Ausiliatrice.
L’opinione pubblica contemporanea apprezzò molto la preziosa opera di promozione sociale da lui svolta, anche se la stampa laica gli fu sempre avversa, tanto che alla sua morte la Gazzetta del Popolo si limitò a citarne cognome, nome ed età nell’elenco dei defunti, mentre la Gazzetta Piemontese (l’odierna “La Stampa”) gli riservò l’articolo redazionale dosando accuratamente meriti e demeriti del celebre sacerdote: “Il nome di Don Bosco è quello di un uomo superiore che lascia e suscita dietro di sé un vivo contrasto di apprezzamenti e opposti giudizi e quasi due opposte fame: quello di benefattore insigne, geniale, e quello di prete avveduto e procacciate”.
Personalità forte ed intraprendente, bisognosa di particolare autonomia nella sua azione a tutto campo, non lasciava affatto indifferenti coloro che gli erano per svariati motivi a contatto. Ciò costituisce inoltre una spiegazione ai ripetuti scontri che ebbe con ben due arcivescovi torinesi: Ottaviano Riccardi di Netro e soprattutto Lorenzo Gastaldi. Lo apprezzò e lo appoggiò invece costantemente e senza riserve papa Pio IX, che con la sua potente intercessione permise all’opera salesiana di espandersi non solo a livello locale, sorte invece subita da numerosissime altre minute congregazioni.
Giovanni Bosco morì in Torino il 31 gennaio 1888, giorno in cui è ricordato dal Martyrologium Romanum e la Chiesa latina ne celebra la Memoria liturgica. Alla guida della congregazione gli succedette il Beato Michele Rua, uno dei suoi primi fedeli discepoli. La sua salma fu in un primo tempo sepolta nella chiesa dell’istituto salesiano di Valsalice, per poi essere trasferita nella basilica di Maria Ausiliatrice, da lui fatta edificare. Il pontefice Pio XI, suo grande ammiratore, beatificò Don Bosco il 2 giugno 1929 e lo canonizzò il 1° aprile 1934. La città di Torino ha dedicato alla memoria del santo una strada, una scuola ed un grande ospedale. Nel centenario della morte, nel 1988 Giovanni Paolo II, recatosi in visita ai luoghi donboschiani, lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.
La venerazione che Don Bosco ebbe, in vita ed in morte, per sua madre fu trasmessa alla congregazione, che negli anni ’90 del XX secolo ha pensato di introdurre finalmente la causa di beatificazione di Mamma Margherita. Merita infine ricordare la prolifica stirpe di santità generata da Don Bosco, tanto che allo stato attuale delle cause, la Famiglia Salesiana può contare ben 5 santi, 51 beati, 8 venerabili ed 88 servi di Dio.
DALLE “LETTERE” DI SAN GIOVANNI BOSCO
Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.
Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! E’ certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo.
Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.
Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne a ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi scandalo, e in molti la Santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti e umili di cuore (4r.Mt 11,29).
Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, e allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.
In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.
Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.
Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere, del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori e unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù.
NOVENA A SAN GIOVANNI BOSCO
1° giorno - O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per l'amore ardente che portasti a Gesù nel Santissimo Sacramento e per lo zelo con cui ne propagasti il culto, soprattutto con l'assistenza alla Santa Messa, con la Comunione frequente e con la visita quotidiana, ottienici di crescere sempre più nell'amore, nella pratica di queste sante devozioni e di terminare i nostri giorni rinvigoriti e confortati dal cibo celeste della Santa Eucaristia. Gloria al Padre...
2° giorno - O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per l'amore tenerissimo che portasti alla Vergine Ausiliatrice che fu sempre tua Madre e Maestra, ottienici una vera e costante devozione alla nostra dolcissima Mamma, affinché possiamo meritare la sua potentissima protezione durante la nostra vita e specialmente nell'ora della morte. Gloria al Padre...
3° giorno - O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per l'amore filiale che portasti alla Chiesa e al Papa, di cui prendesti costantemente le difese, ottienici di essere sempre degni figli della Chiesa Cattolica e di amare e venerare nel Sommo Pontefice l'infallibile vicario di Nostro Signore Gesù Cristo. Gloria al Padre...
4° giorno - O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per il grande amore con cui amasti la gioventù, della quale fosti Padre e Maestro e per gli eroici sacrifici che sostenesti per la sua salvezza, fa' che anche noi amiamo con amore santo e generoso questa parte eletta dei Cuore di Gesù e che in ogni giovane sappiamo vedere la persona adorabile del nostro Salvatore Divino. Gloria al Padre...
5° giorno - O gloriosissimo San Giovanni Bosco che per continuare ad estendere sempre più il tuo santo apostolato fondasti la Società Salesiana e l'istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ottieni che i membri delle due Famiglie Religiose siano sempre pieni del tuo spirito e fedeli imitatori delle tue eroiche virtù. Gloria al Padre...
6° giorno - O gloriosissimo San Giovanni Bosco che per ottenere nel mondo più abbondanti frutti di fede operosa e di tenerissima carità istituisti l'Unione dei Cooperatori Salesiani, ottieni che questi siano sempre modelli di virtù cristiane e sostenitori provvidenziali delle tue Opere. Gloria al Padre...
7° giorno - O gloriosissimo San Giovanni Bosco che amasti con amore ineffabile tutte le anime e per salvarle mandasti i tuoi figli fino agli estremi confini della terra, fa' che anche noi pensiamo continuamente alla salvezza della nostra anima e cooperiamo per la salvezza di tanti nostri poveri fratelli. Gloria al Padre...
8° giorno - O gloriosissimo San Giovanni Bosco che prediligesti con amore particolare la bella virtù della purezza e la inculcasti con l'esempio, la parola e gli scritti, fa' che anche noi, innamorati di così indispensabile virtù, la pratichiamo costantemente e la diffondiamo con tutte le nostre forze. Gloria al Padre...
9° giorno - O gloriosissimo San Giovanni Bosco che fosti sempre tanto compassionevole verso le sventure umane, guarda a noi tanto bisognosi dei tuo aiuto. Fa' scendere su di noi e sulle nostre famiglie le materne benedizioni di Maria Ausiliatrice; ottienici tutte le grazie spirituali e temporali che ci sono necessarie; intercedi per noi durante la nostra vita e nell'ora della morte, affinché possiamo giungere tutti in Paradiso e inneggiare in eterno alla Misericordia divina. Gloria al Padre...
PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO
O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona morte,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. Amen.
ORAZIONE DAL MESSALE
O Dio, che in san Giovanni Bosco
hai dato alla tua Chiesa un padre e un maestro dei giovani,
suscita anche in noi la stessa fiamma di carità
a servizio della tua gloria per la salvezza dei fratelli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Autore:
dal sito:www.santiebeati.it
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I Santi Sociali piemontesi: Leonardo Murialdo
Leonardo Murialdo nacque il 26 ottobre 1828 nel cuore di Torino, in una famiglia benestante che contava ben nove figli. Orfano di padre a cinque anni, crebbe in un contesto familiare cristianamente impegnato, nonostante l’acceso anticlericalismo di quei tempi. La sofferenza per la mancanza del padre gli procurò una grande sensibilità che tramutò, una volta sacerdote, in paternità spirituale per i più giovani. Nadino, come veniva chiamato, ricevuta in casa una prima istruzione, entrò nel 1836 col fratello Ernesto nel Collegio degli Scolopi di Savona dove ricevette una formazione umana e religiosa che gli sarà fondamentale per tutta la vita. Sentì in quegli anni la chiamata al sacerdozio, contrastata però da una grave crisi personale. Tornato a Torino, nel 1845 si iscrisse alla facoltà teologica dell’Università come chierico esterno, secondo l’uso di quei tempi per gli appartenenti alle famiglie agiate. Persa la madre un anno prima di laurearsi, venne ordinato prete il 20 settembre 1851 nella chiesa della Visitazione.
Il giovane Don Murialdo iniziò subito il suo apostolato nel povero quartiere Vanchiglia presso l’Oratorio dell’Angelo Custode, fondato una decina d’anni prima dal santo sacerdote Giovanni Cocchi e diretto dal cugino Teologo Roberto Murialdo. Era il primo oratorio della città. Le miserie cui provvedere erano innumerevoli, capitò pure che genitori morenti affidassero al giovane prete i figli perché li crescesse. Un giorno, incontrato uno spazzacamino disperato, lo ospitò in casa propria. La Torino dell’Ottocento, negli anni del Risorgimento, vide intrecciarsi le vicende dei suoi santi e due apostoli della gioventù come Don Bosco e Don Murialdo non potevano non incontrarsi. Nel 1857 il santo di Valdocco incaricò Don Leonardo della direzione dell’Oratorio di S. Luigi, presso la Stazione di Porta Nuova.
Nel 1865 il Murialdo avvertì la necessità di approfondire gli studi di teologia morale e di diritto canonico e andò a Parigi, al seminario di Saint Sulpice, entrando in contatto con le realtà educative e sociali della capitale francese, tra cui le Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli. Soggiornò poi brevemente anche a Londra. In un discorso di quell’anno tenuto ad una Conferenza di S. Vincenzo disse: “Il laico, di qualsiasi ceto sociale, può essere oggi un apostolo non meno del prete e, per alcuni ambienti, più del prete”.
Tornò a Torino nel 1866 e gli fu proposta la direzione del Collegio Artigianelli, dove i giovani venivano istruiti e preparati a un mestiere. Sarà il maggiore impegno della sua vita, che porterà avanti per trentaquattro anni a costo di enormi sacrifici. L’anno successivo, con alcuni collaboratori, tra cui il Servo di Dio Don Eugenio Reffo, Leonardo Murialdo diede inizio alla Confraternita laicale di San Giuseppe. Lo scopo era di aiutare la gioventù povera e abbandonata, non pensando solo ai bisogni del momento, ma guardando alle necessità future. Per lo stesso motivo nel 1870 assunse la direzione dell’Oratorio di San Martino.
Il mondo operaio costituiva l’altra emergenza sociale cui provvedere. San Leonardo rispose anche in questo caso in modo lungimirante, puntando a formare tra gli operai un senso di mutua solidarietà che li rendesse coscienti dei propri diritti. Si impegnò per i disoccupati, per le donne e i ragazzi che lavoravano in fabbrica, organizzando l’Unione degli Operai Cattolici (1871) di cui fu poi assistente ecclesiastico. Nello stesso anno fu tra i promotori delle biblioteche popolari cattoliche. Fondò l’Associazione della Buona Stampa e nel 1876 fu tra gli ideatori, con il Venerabile Paolo Pio Perazzo, del giornale “La Voce dell’Operaio”, che oggi è il settimanale diocesano “La Voce del Popolo”. Viaggiò spesso nel Sud d’Italia per conoscere le realtà assistenziali delle altre città. Il 19 marzo 1873, festa del Santo Patriarca di cui era grande devoto, fondò la Pia Società Torinese di San Giuseppe.
Nonostante la mole enorme di iniziative era un prete semplice, gioioso nella sua missione. Basta leggere alcune frasi tratte dai suoi scritti: “Dio mi ama. Che gioia! Che consolazione! Dio mi ama di amore eterno, personale, gratuito, infinito e misericordioso. Dio mi ama. Egli non si dimentica mai, mi segue e mi guida sempre. Lasciamoci amare da Dio!”. In un altro scritto compendia le verità cristiane con “I tre miracoli dell'amore di Dio. Il Presepio con Gesù bambino: egli ci insegna umiltà, povertà, rassegnazione. Il Calvario con Gesù crocifisso: è cattedra che insegna le grandi verità dell'amore di Dio per gli uomini e dell'amore degli uomini per Dio. L'Eucarestia con Gesù sacramento: è la perfezione dell'amore; Gesù viene a noi, ci ama, si unisce a noi”.
Nel 1877 si ammalò gravemente ma Don Bosco gli assicurò che la sua vita sarebbe stata ancora lunga. E così fu. L’anno dopo fondò una colonia agricola a Rivoli per giovani, cui fecero seguito altre istituzioni simili in vari paesi del Piemonte. Nel 1883 estese il raggio d’azione della Congregazione oltre i confini regionali, chiamando alla collaborazione diretta quanti si erano formati nelle sue istituzioni. Suo grande assillo fu sempre la pesante situazione debitoria del Collegio cui fece fronte, a volte, di tasca propria. Il figlio della borghesia amico dei poveri organizzò pure collette davanti al celebre Santuario della Consolata.
Infaticabile, partecipò a molti congressi e alcune sue iniziative furono le prime, nel loro genere, in Italia. Promosse un Ufficio di Collocamento cattolico (1876) e inaugurò una Casa-Famiglia per operai (1878). Fondò una Cassa di Mutuo soccorso (1879), un dopolavoro (1878), l'Opera dei Catechismi serali per giovani operai (1880), la Lega del Lavoro (1899). Nel 1892 scrisse al sindaco per denunciare lo sfruttamento dei giovani lavoratori, presentando un progetto di riforma che prevedeva l’obbligo scolastico fino ai quattordici anni, l’abolizione del lavoro notturno, il riposo festivo, la giornata lavorativa di otto ore.
Un’attività intensa come quella del Murialdo trovava forza nella preghiera e nella consapevolezza di essere amati da Dio. Scrisse: “l’uomo che prega è il più potente del mondo”, “la preghiera è l'anima e la forza dell'uomo. Sia fatta con umiltà, confidenza, perseveranza. Non basta, però, pregare, bisogna pregare bene, cioè con il cuore”, “Carità è guardare e dire il bello di ognuno, perdonare di cuore, avere serenità di volto, affabilità, dolcezza. Come senza fede non si piace a Dio, così senza dolcezza non si piace al prossimo”. Fu grande devoto della Madonna: “Maria, Madre nostra, è la più amante, la più affettuosa delle madri. E' madre di Dio, quindi ottiene tutto. E' madre nostra, quindi non ci nega niente. E' madre di misericordia: gettiamoci nelle sue braccia”. Nel Testamento Spirituale parla di un Dio "così buono, così paziente, così generoso". Possediamo un ricco epistolario che è una fonte preziosa per conoscere l’attività degli Artigianelli, le continue preoccupazioni economiche affrontate con una grande fiducia nella Provvidenza di Dio, i contatti con molte personalità italiane e straniere.
Amò intensamente la sua città: “Quanto sono riconoscente a Dio di avermi fatto nascere in Italia, a Torino, nella città del Santo Sacramento, della Consolata, nella città di tante opere benefiche, [...]. Quanto ti amo mia Torino”. Nessuna opera benefica della città di quei decenni se non ebbe dal Murialdo l’iniziativa, vide almeno il suo sostegno. Per estrazione sociale e per preparazione avrebbe potuto intraprendere una carriera ecclesiastica invidiabile, ma preferì aiutare i poveri, incarnando perfettamente lo spirito della “Rerum novarum” di Papa Leone XIII.
S. Leonardo Murialdo morì, a causa di una polmonite, il mattino del 30 marzo 1900. Sepolto nel Cimitero Generale, il corpo fu in seguito trasferito nella parrocchia di Santa Barbara. Dal 1971, un anno dopo la canonizzazione, è venerato nel monumentale Santuario della Madonna della Salute in Borgo Vittoria. La festa nell’Ordine è fissata al 18 maggio e in tale data ne fanno memoria anche la diocesi di Torino e la congregazione dei salesiani. I Giuseppini e le suore Murialdine, nate alcuni decenni dopo la sua morte, vivono il suo carisma in varie parti d’Italia e del mondo.
Autore:
dal sito:www.santiebeati.it
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Umberto Eco - La vita dello scrittore italiano vivente in assoluto più noto nel mondo.
Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale, Umberto Eco è nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932. Nel 1954 si è laureato, all'età di 22 anni, all'Università di Torino, con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d'Aquino. Nel 1956 ha pubblicato Il problema estetico in San Tommaso, (volume edito in una seconda edizione riveduta e accresciuta nel 1970).
Dopo aver lavorato dal 1954 al 1959 come editore dei programmi culturali della Rai, negli anni Sessanta ha insegnato prima, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano, poi, presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze ed infine presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Inoltre, ha fatto parte del Gruppo 63, rivelandosi un teorico acuto e brillante.
Dal 1959 al 1975 ha lavorato, presso la casa editrice Bompiani, come senior editor. Nel 1975 viene nominato professore di Semiotica all'Università di Bologna, dove impianta una vivace e agguerrita scuola. Negli anni 1976-'77 e 1980-'83 ha diretto l'Istituto di Discipline della Comunicazione e dello Spettacolo, presso l'Università di Bologna.
È stato insignito di molti titoli onorifici da parte delle università di tutto il mondo, presso le quali ha tenuto diversi corsi. Dal 1989 è presidente dell'International Center for Semiotic and Cognitive Studies, e dal 1994 è presidente onorario dell'International Association for Semiotic Studies, di cui negli anni precedenti è stato segretario generale e vicepresidente. Dal 1999 è inoltre presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici, presso l'Università di Bologna.
Ha collaborato con l'Unesco, con la Triennale di Milano, con l'Expo 1967 - Montreal, e con la Fondation Européenne de la Culture, e con molte altre organizzazioni, accademie, e testate editoriali nazionali e internazionali.
Numerose inoltre sono le sue collaborazioni, non solo a quotidiani («II Giorno», «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «La Repubblica», «Il Manifesto») e a settimanali («l'Espresso»), ma anche a periodici artistici e intellettuali («Quindici», «Il Verri», ed altri). Ha svolto indagini in molteplici direzioni: sulla storia dell'estetica, sulle poetiche d'avanguardia, sulle comunicazioni di massa, sulla cultura di consumo, ecc. Spaziando dall'estetica medievale alla semiotica ai vari codici di comunicazione artistica, la sua produzione saggistica appare, dunque, estremamente varia e vasta.
Negli anni Sessanta ha pubblicato, oltre ad uno dei testi di maggior rilievo per le poetiche della neoavanguardia, Opera aperta (1962), Diario minimo (1963), Apocalittici e integrati (1964), Le poetiche di Joyce (1965, edizione rivista della II parte di Opera aperta), La struttura assente e La definizione dell'arte (1968).
Negli anni Settanta escono: Le forme del contenuto (1971); Il segno, Il costume di casa e Beato di Liébana (1973); il Trattato di semiotica generale (1975) un punto fermo per lo sviluppo delle ricerche semiotiche; ed inoltre Il superuomo di massa (1976, II ed. accresciuta 1978). Nel 1977 ha pubblicato Dalla periferia all'impero, e Come si fa una tesi di laurea; mentre nel 1979 esce Lector in fabula, in cui si pone l'accento sul rapporto autore-lettore nell'ambito della letteratura di consumo.
Nel 1980 l'illustre teorico esordisce nel campo della narrativa con il romanzo dal clamoroso successo internazionale Il nome della Rosa, a cui segue nel 1988 un secondo romanzo Il pendolo di Foucault. Sempre negli anni Ottanta dà alle stampe Sette anni di desiderio (1983), Semiotica e filosofia del linguaggio (1984), Sugli specchi e altri saggi (1985), Arte e bellezza nell'estetica medioevale (1987) e Lo strano caso della Hanau 1609 (1989). È inoltre del 1983 la brillante traduzione degli Esercizi di stile di R. Queneau.
Negli anni Novanta prosegue la sua intensa e multiforme attività con I limiti dell'interpretazione (1990); Stelle e stellette e Vocali (1991), Il secondo diario minimo, Interpretation and overinterpretation (1992), e La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (1993). Nel 1994 esce, oltre al volume Sei passeggiate nei boschi narrativi (ciclo di conferenze tenuto alla Harvard University nel 1993), il suo terzo romanzo L'isola del giorno prima. Negli ultimi anni del secolo sono stati pubblicati Cinque scritti morali e Kant e L'ornitorinco (1997), Tra menzogna e ironia (1998), e La bustina di Minerva (1999). Tra i romanzi più recenti troviamo Baudolino (2000) e La misteriosa fiamma della regina Loana (2004)
Il 14 ottobre 2003, Umberto Eco è stato insignito dal presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac, del titolo di ufficiale della Legion d'Honneur
Al sito:www2.dsc.unibo.it/dipartimento/people/eco/curriculum.html é disponibile l'intero curriculum vitae di Umberto Eco.
da:italialibri.net/autori/ecou.html
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Felice Casorati: il pittore nacque a Novara il 4 dicembre 1883 e scomparve a Torino il I marzo 1963.
Le origini
Il padre ufficiale di carriera e pittore dilettante, proveniva da una famiglia che aveva dato all'Italia matematici e scienziati di fama. Casorati trascorse l'infanzia a Milano, Reggio Emilia, Sassari e infine a Padova dove si dedicò agli studi musicali con un'intensità tale da rimanere vittima di un esaurimento nervoso all'età di diciotto anni. Durante un periodo di riposo a Praglia, sui colli euganei, cominciò a dipingere, eseguendo la prima opera nota, un paesaggio padovano del 1902.
Laurea in legge
Nel 1906 si laureò in legge all'Università di Padova, decidendo tuttavia di dedicarsi alla carriera artistica. Ritratto di signora, un'elegante immagine della sorella Elvira, fu ammesso dalla giuria alla Biennale di Venezia nel 1907. A Napoli dal 1908 al 1911, studiò l'opera di Pieter Brueghel "Il Vecchio" nella collezione del Museo Nazionale.
Le influenze artistiche
Le sue opere furono esposte alla Biennale del 1909 e del 1911; in questa seconda occasione rimase fortemente impressionato dalla sala dedicata a Gustav Klimt. Lo stile simbolico e decorativo della Secessione viennese influenzò in maniera determinante le successive opere di Casorati. Tra il 1911 e il 1915 visse a Verona fondando insieme con altri, nel 1914 la rivista "La Via Lattea" alla quale collaborò con illustrazioni di stile'Art nouveau" alla maniera di Jan Toorop e Aubrey Beardsley. Durante gli ultimi anni fu vicino agli artisti di Cà Pesaro, Martini, Gino Rossi, Pio Semeghini, il cui orientamento europeo lo introdusse ai recenti sviluppi artistici di Parigi e Monaco.
Torino
Casorati fu arruolato nell'esercito nel 1915. Alla morte del padre nel 1917 si trasferì con la famiglia a Torino, divenendo ben presto una figura centrale nei circoli intellettuali della città. Strinse rapporti di amicizia con il compositore Alfredo Casella e con Piero Gobetti, aderendo nel 1922 al gruppo della "Rivoluzione Liberale". Nel 1923 in conseguenza dell'amicizia con l'antifascista Gobetti, subì un arresto e alcuni giorni di carcere; dopo quell'episodio evitò di entrare in conflitto aperto con il regime.
La prima personale
Nelle opere della maturità, nel periodo post bellico, come il "Ritratto di Silvana Cenni" del 1922 e "Meriggio" del 1923, al dettaglio decorativo si sostituì la meditazione di una forma essenziale, influenzata dalle costruzioni spaziali matematiche della pittura quattrocentesca e, in particolare, dall'atmosfera di immobilità tipica dell'opera diPiero della Francesca. Nel 1924 Casorati tenne una personale alla Biennale, accompagnata da un autorevole saggio di presentazione in catalogo di Lionello Venturi.
Il "realismo magico"
La purezza cristallina e il tono enigmatico delle composizioni casoratiane contribuirono a delineare il "realismo magico", condiviso in origine dal gruppo di "Novecento". Pur partecipando alle mostre del "Novecento" del 1926 e del 1929, Casorati si mantenne tuttavia autonomo rispetto al movimento di Mergherite Sarfatti. Nel corso degli anni Venti assunse un ruolo guida nella vita culturale italiana. nel 1923 aprì nello studio di via Mazzini a Torino, una scuola per giovani artisti. Tra gli allievi ebbe Francesco Menzio, Carlo Levi, Gigi Chessa e Jessie Boswell, che in seguito fecero parte del gruppo dei "Sei pittori di Torino".
La Società di Belle Arti
Nel 1930 sposò Daphne Maugham, che frequentava la sua scuola dal 1926; fu pittore anche il figlio Francesco. Nel 1925 fu tra i fondatori della Società di Belle Arti Antonio Fontanesi, allo scopo di promuovere mostre di artisti italiani e stranieri dell'Ottocento e contemporanei. L'amicizia con l'industriale e collezionista Riccardo Gualino incoraggiò l'interesse di Casorati per il design di interni. Nel 1925 lavorò con Alberto Sartoris al teatrino di casa Gualino. Alla III Biennale di arti decorative di Monza collaborò con Sartoris alla "via commerciale" per il padiglione piemontese; progettò inoltre l'atrio della Mostra dell'architettura alla Triennale di Milano del 1933.
L'arte astratta
Nel 1935 lo studio di Casorati ed Enrico Paulucci ospitò la prima mostra collettiva d'arte astratta italiana, comprendente opere di Licini, Melotti eLucio Fontana. Casorati vinse il premio per la pittura alla Biennale di Venezia nel 1938. Ricevette riconoscimenti ufficiali anche alle grandi esposizioni di Parigi, Pittsburgh e San Francisco alla fine degli anni Trenta. Fu particolarmente attivo nella creazione di scene e costumi per il Teatro dell'Opera di Roma, la Scala di Milano e il Maggio musicale fiorentino, attività che proseguì anche nel dopoguerra. Nel 1952 tenne una personale alla Biennale, e con Ottone Rosai, ricevette il premio speciale della Presidenza.
da Artinvest 2000 International Art's Portal
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ANSA PIEMONTE: Comuni: Torino, un giardino intitolato a Luigi Firpo
2008-11-25 14:25
Tra via Muratori e corso Dante. Domani la cerimonia
ANSA) - TORINO, 25 NOV - Sara' intitolato domani allo storico torinese Luigi Firpo il giardino tra via Muratori e Corso Dante. Torino rende cosi' omaggio allo studioso scomparso nel 1989, docente di Storia delle dottrine politiche dal 1957.Alla cerimonia, in programma alle 11, prendera' anche parte il sindaco Sergio Chiamparino.(ANSA).
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L'Argentina piemontese in un ritratto d’epoca
10 novembre 2008
Asti- Il profondo legame tra il Piemonte e l'Argentina: la nascita delle prime colonie abitate dai piemontesi, l'emigrazione astigiana, il contributo italiano allo sviluppo culturale e imprenditoriale della nazione sudamericana. Questi alcuni dei temi in cui si articola" astigiani nella pampa", il testo dello storico Giancarlo Libert, presentato lo scorso sabato a Montiglio, nel cuore del Monferrato, presso l'associazione armonia onlus che ha contribuito a curarlo.
Il volume con oltre 330 pagine e più di un centinaio di fotografie d'epoca, nasce dalla collaborazione tra l'associazione amici degli archivi piemontesi e l'associazione nostre origini, con il patrocinio della provincia di asti, un testo nato per descrivere il flusso migratorio verso l'Argentina partito proprio da quelle zone, dal Monferrato e da tutto il Piemonte. Il libro si apre con una breve storia dell'emigrazione, il fenomeno migratorio italiano e le prime statistiche ufficiali del 1869. Seguono le relazioni dei prefetti delle quattro province piemontesi del 1881 che inquadrano il fenomeno migratorio, con aspetti diversi da provincia a provincia, nel periodo della famosa inchiesta agraria di Jacini. Dopo la Francia, "La Merica" da intendersi qui come Stati Uniti e Argentina diventano le mete preferite dell'emigrazione piemontese. Il lavoro prosegue poi analizzando l'arrivo dei primi italiani, il forte impulso dato alla scienza argentina dai piemontesi Carta Molino e Mossotti, l'avvio delle relazioni diplomatiche tra la Confederazione Argentina e il Regno di Sardegna, fino alle prime colonie abitate dai piemontesi in Argentina. Dopo l'unità d'Italia, la fondazione di San Francisco di Cordoba fino al triste evento del naufragio del Sirio avvenuto nell'agosto del 1906, in cui morirono anche degli astigiani.
La seconda parte è invece dedicata interamente alla provincia di Asti, partendo dall'emigrazione medievale sino a giungere alle relazioni degli intendenti riguardanti l'emigrazione tra sette e ottocento. Prendendo in esame numerose biografie di emigrati astigiani in Argentina.
Il testo prosegue con l'analisi del contributo degli italiani e piemontesi alla vitivinicoltura. Molti capitoli del libro sono dedicati ai personaggi diventati più famosi e più rappresentativi, come Carlo Giuseppe Ferraris, creatore del Museo di Scienze Naturali di Buenos Aires; il Colonnello Giovan Battista Ciarlone, o il famoso navigatore Giacomo Bove che sfidò i ghiacci dell'Antartide. La lettura del libro conferma l'impressione che il più solido tessuto italiano delle comunità in sudamerica sia stato creato dai Missionari salesiani con la fondazione di comunità religiose capaci di aiutare veramente la popolazione, ma soprattutto dalla tenacia, degli innumerevoli viticultori e agricoltori, di commercianti dotati di grande spirito organizzativo e imprenditoriale che presero in mano le sorti di queste regioni interne della Pampa.
Moltissime le storie individuali, compilate con grande rigore storico e statistico, corredate di numerose fotografie di coloro che lasciarono il Piemonte e i cui discendenti vi fecero ritorno per visitare le proprie radici.
A curare l'intera opera lo storico Giancarlo Libert, un vero osservatore di questi fenomeni, che da oltre vent'anni conduce ricerche di storia locale e storia dell'emigrazione piemontese.
Mauro d'Errico / News ITALIA PRESS
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Premio Piemontese nel Mondo 2008: MARINELLA FILA VAUDANA (nata CASPANI)
PRESIDENTE ASSOCIAZIONE PIEMONTESI NEL MONDO DEL SUD AFRICA
Fondatrice dell’Associazione Piemontesi nel Mondo del Sud Africa e sua presidente da 26 anni, Marinella Fila Vaudana è nata a Salussola, in provincia di Biella, il 15 ottobre 1946. Il suo cognome da signorina è Caspani, ma, in base alle leggi sudafricane, dopo il matrimonio ha dovuto adottare solo il cognome del marito.
In patria lavorava come impiegata, nel 1965 ha seguito il marito, che faceva l’elettrauto, in Sud Africa.
Arrivata in Sud Africa si è innanzitutto occupata della famiglia e della figlioletta Manuela ed ha subito capito che i piemontesi emigrati desideravano mantenere i rapporti con la terra natale. Da qui nacque l’idea di fondare un’associazione di emigrati italiani, in collaborazione con il presidente dell’odierna Federazione delle Associazioni dei Piemontesi nel mondo, Michele Colombino.
All’inizio l’attività dell’associazione era volta ad essere un punto di ritrovo e di svago per i soci, ma, andando avanti Marinella Fila Vaudana ha deciso di dare una svolta al programma dell’associazione intraprendendo iniziative, in collaborazione con la Regione Piemonte, per realizzare joint ventures e interscambi sia culturali che economici.
Grazie alle iniziative regionali due studenti, giovani discendenti di piemontesi, hanno potuto recarsi in Piemonte per conoscere meglio la terra d’origine e le sue possibilità economiche di grande interesse.
Donna di grande carattere e di forte personalità Marinella Fila Vaudana ha saputo superare notevoli difficoltà a livello familiare per dedicarsi in modo particolare a quei piemontesi che si trovano in gravi difficoltà, sia per motivi di salute che economici, che sono ospiti di "Casa Serena", struttura di cui si occupa personalmente quasi quotidianamente.
Quando la figlia Manuela, in Piemonte per motivi di studio, si è sposata con Nicola Sacchet di Torino e si è trasferita con il marito e le due figlie Julia e Susanna a Santa Croce di Cervasca, ha trovato in questo paese del Cuneese parte della serenità che aveva perso dopo la scomparsa di suo marito Paolo. Marinella Fila Vaudana è quindi molto legata a Cuneo così come a Biella, divide il suo amore per entrambe le province con uguale affetto.
Marinella Fila Vaudana ama leggere, anche in piemontese, conversare nella lingua d’origine e approfondire la cultura del Piemonte che già spiega nelle nipotine che hanno in lei un punto di grande riferimento, come anche gli anziani ospiti di Villa Serena.
dal sito ufficiale del Consiglio Regionale del Piemonte
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Premio Piemontese nel Mondo 2008: ENRICO HARMAND HUGON
PRESIDENTE ASSOCIAZIONE FAMIGLIA PIEMONTESE DI DOLORES
SORIANO - URUGUAY
Enrico Armand Hugon nasce a Torre Pellice nel 1926, ha due fratelli e due sorelle. Figlio di un fabbro ferraio, frequenta le scuole di avviamento professionale e lavora con il padre sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il matrimonio, insieme alla moglie ed alla figlia piccola, nel 1951 decide di emigrare e si dirige in Uruguay dove fissa la sua residenza a Dolores, Soriano.
Dopo molte difficoltà realizza un’azienda agricola in cui produce zucchero, patate, grano, mais e girasoli. Oggi l’azienda agricola è condotta dai figli Fredy e Wiston, nati in Uruguay.
Enrico Armand Hugon diventa socio fondatore e poi presidente della "Cooperativa Regionale Dolores" che si occupa di prodotti alimentari. Successivamente assume la carica di presidente del locale ospedale, sostenendo la necessità di un ampliamento e miglioramento della struttura.
Nel 1987, divenuto presidente dell’Associazione Famiglia Piemontese di Dolores Soriano, assume la presidenza della Società Italiana di Socorros Mutuos XX settembre e sigla con il governo uruguaiano un trattato per il restauro della sede.
In occasione dei 100 anni della Società inaugura Piazza Italia alla presenza dell’ambasciatore italiano; nel 1992 dà vita alla "Scuola Italiana 25 Aprile" e viene nominato Cavaliere al merito della Repubblica Italiana; si dedica a rinnovare ed ampliare la sede dell’Associazione di Dolores e da allora svolge, in collaborazione con le Autorità Consolari Italiane, molte attività a favore della comunità piemontese (anche in occasione di Cerimonie legate a date storiche di grande importanza sia per lo Stato Italiano che per quello Uruguaiano).
Realizza manifestazioni di carattere internazionale in collaborazione con il Governo italiano, Uruguayano e con la Regione Piemonte ed accoglie rappresentanti di Gruppi piemontesi che portano in Uruguay la cultura ed il folklore della terra natia. Con grande successo coinvolge in queste iniziative le altre associazioni piemontesi sul territorio e sta implementando il Vice Consolato dell’Uruguay a Torino.
Delegato alle Conferenze dell’Emigrazione riceve l’encomio per la sua attività come presidente dell’Associazione.
In questo periodo Enrico Armand Hugon sta preparando le iniziative per il 120° anno di fondazione dell’Associazione Famiglia Piemontese di Dolores, associazione che non ha mai avuto momenti di crisi anche grazie anche al fatto che, avendo una sede per la quale Enrico Armand Hugon è intervenuto economicamente, riesce a coinvolgere tutta la comunità piemontese ed anche i numerosi uruguaiani amici del Piemonte ai quali ha insegnato ad apprezzare la nostra terra.
dal sito ufficiale del Consiglio Regionale del Piemonte
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Premio Piemontese nel Mondo 2008: RICCARDO (RICHARD) NISSOTTI
INGEGNERE AEROSPAZIALE
CALIFORNIA – STATI UNITI
Nato a Torino nel 1938, Riccardo Nissotti nel 1951 è emigrato prima a New York e poi in California (Stati Uniti).
Diventa ingegnere aerospaziale e si occupa di ricerche scientifiche ed innovative, con diverse competenze multidisciplinari, è specializzato in diverse aree scientifiche tra cui le Scienze Aerospaziali e Neurologiche.
A New York ottiene i primi riconoscimenti per la sua attività. Nel 1956 si trasferisce in California dove inizia la sua carriera di docente e di ricercatore al Sant’Antonio College, come docente di matematica e scienze.
Nel 1962 assume l’incarico di docente di ingegneria aerospaziale e aeronautica al California Polytechnic.
Da quel momento la sua carriera è un continuo crescendo, con prestigiosi incarichi presso le maggiori università degli Stati Uniti.
Lungo è l’elenco delle prestigiose nomine per le eccellenze ottenute durante la sua carriera: inizia con la "Qualified for the USA Air Force Academy 1955/1956, al Prestigious Minta – Martin Aereospace Engineering Award nel 1962, sino al Marconi Scienze Award nel 2008. Collabora al programma aerospaziale americano per le missioni APOLLO12/14/15/16/17.
Per quanto attiene gli studi neurologici, approfonditi in particolare dopo il 1981, l’ingegner Richard Nissotti ha ottenuto risultati di rilievo internazionale soprattutto per quanto riguarda le cure delle patologie di cui si occupa, con particolare attenzione ai metodi applicativi che già hanno portato al successo la sua cura in numerosi centri.
Altri incarichi ottenuti durante gli anni di prestigiosa carriera sono il "Health. Care Director" il "Legal Guardian for Health care ed il "Critical – Care Giver".
Non è possibile in questa sede elencare tutte le mansioni e gli incarichi svolti da Richard Nissotti durante la sua carriera che continua a progredire all’insegna dello studio per il miglioramento della salute delle persone.
dal sito ufficiale del Consiglio Regionale del Piemonte
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Premio Piemontese nel Mondo 2008: ASSOCIATION REGIONAL DES PIEMONTAIS ET AMIS DU PIEMONT DE MONTAUBAN ET SA REGION "LES CHAMBERTS" MONTECH - FRANCIA
Presidente Andrè Piumetto
L’associazione è stata fondata, come Società di Mutuo Soccorso, dopo la promulgazione della legge francese sull’associazionismo del 16 agosto 1901. Opera da più di un secolo in favore degli emigrati piemontesi a Montauban e tiene il collegamento con le altre associazioni di emigrati italiani in Francia, sia per l’organizzazione di manifestazioni internazionali, sia per l’applicazione della normativa italiana in materia di passaporti, cittadinanza ed assistenza.
All’inizio della sua storia l’associazione si occupava della ricerca del lavoro e del sostegno economico ai nostri primi emigrati in Francia, poiché in quel periodo il flusso emigratorio dal Piemonte alla Francia era notevole.
Per superare le barriere legate alla lingua, l’associazione ha provveduto anche all’insegnamento dei rudimenti della lingua francese ai nostri emigrati. Man mano che i nostri corregionali hanno trovato un loro posto nella società francese, l’associazione ha iniziato a sviluppare iniziative finalizzate al mantenimento della lingua e della cultura piemontese per tenere saldi i legami con la Terra natia.
Dal 1991 è stato adottato lo Statuto oggi in vigore come Associazione di Piemontesi ed amici del Piemonte di Montauban.
L’Associazione ha realizzato numerose iniziative dedicate in particolare ai giovani delle ultime generazioni con l’avvio di corsi di insegnamento della lingua italiana e la realizzazione di serate culturali per illustrare le bellezze del Piemonte e la possibilità di attivare joint ventures con le sue industrie.
Ogni anno l’Associazione organizza viaggi in Piemonte per fare conoscere la nostra regione di origine sia a chi se la ricorda appena, sia a chi ne ha soltanto sentito parlare.
Inoltre svolge azioni di solidarietà nei confronti di chi si trova in condizioni economiche o fisiche disagiate, attraverso una capillare rete di volontariato. Ogni mese organizza riunioni e manifestazioni sulla cultura, il folklore e l’enogastronomia piemontese.
L’Associazione regionale dei piemontesi e degli amici del Piemonte di Montauban è la più vecchia associazione di Piemontesi sia in Francia che in Europa, è significativa la sua presenza ad iniziative organizzate dalle Autorità francesi in cui spesso rappresenta il Piemonte ed anche l’Italia.
Il presidente André Piumetto, in carica da molti anni, è un uomo molto carismatico ed uno dei più duraturi tra i presidenti delle associazioni dei piemontesi nel mondo.
dal sito ufficiale del Consiglio Regionale del Piemonte
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Premio Piemontese nel Mondo 2008: ASSOCIAZIONE UNIONE OSSOLANA - BUENOS AIRES - ARGENTINA
Presidente Fernando Caretti
Tra le Associazioni dei piemontesi nel mondo l’Associazione Unione Ossolana è la più longeva ed anche una delle più attive. E’ nata nel 1883 come associazione di Mutuo Soccorso per dare sostegno ai primi emigrati piemontesi del Cusio e dell’Ossola che arrivavano in Argentina.
Allora non aveva ancora una sede idonea e la sua attività fondava su principi di solidarietà sociale, sussistenza, sostegno morale e materiale e tutto quanto poteva servire ai nostri corregionali, non solo del Cusio – Ossola. L’iscrizione infatti venne aperta a tutti i piemontesi immigrati, superando così le barriere campanilistiche che fino a quel momento ne avevano limitato l’attività.
Nel 1929 venne acquistata l’attuale sede dell’Associazione ma, dovendo pagare l’ipoteca, la sede fu affittata, e non si potè quindi realizzare, per la legislazione vigente allora in Argentina, la necessaria ristrutturazione. I lavori iniziarono soltanto nel 1984 e si deve all’attuale presidente Fernando Caretti, nativo di Verbania, il loro completamento.
L’attuale sede, da rudere qual era all’inizio, ora è diventata non solo un punto d’incontro per gli emigrati piemontesi, ma anche un polo importante di riferimento per le delegazioni che giungono a Buenos Aires dal Piemonte per creare joint ventures ed interscambi culturali ed economici. E’ una struttura dotata di spazi per l’ospitalità e dispone di due saloni per manifestazioni di grande respiro.
L’Associazione, molto attiva sul fronte umanitario, è presieduta da 30 anni da Fernando Caretti che ha fortemente voluto che l’associazione diventasse un nodo logistico e strategico in grado di ospitare le persone e le delegazioni ufficiali provenienti dal Piemonte in visita in Argentina. Centro di diffusione della cultura dell’emigrazione in ogni suo aspetto, dalla musica alla letteratura. all’enogastronomia, è un centro polifunzionale aperto anche agli amici del Piemonte e a tutti coloro che amano la nostra terra.
Sono state realizzate importanti conferenze e proiezioni, concerti con cori locali ed internazionali provenienti dall’Italia, sono state promosse ricerche sul Piemonte e sulla storia dell’emigrazione piemontese in Sud America.
Il Presidente Caretti, anche come presidente dell’ANA – Associazione Nazionale Alpini per il Sud America – è un punto di riferimento importante per iniziative umanitarie che si sono rese necessarie in momenti difficili per particolari situazioni ambientali che hanno sconvolto l’Argentina in anni recenti.
dal sito ufficiale del Consiglio Regionale del Piemonte
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FRANCESCO TAMAGNO AL BORGO Prorogata fino al 15 giugno
La carriera internazionale di un grande tenore dell’Ottocento ripercorsa in una mostra al Borgo Medievale di Torino
Ascoltate adesso, le incisioni di Francesco Tamagno non sono poi quel granché, diciamocelo: il gusto non è certo quello dei nostri giorni; la voce, l’intonazione, l’emissione e l’interpretazione lasciano parecchio a desiderare; ci si domanda, “tutto qui?”. Ma poi bisogna considerare che sono incisioni fatte nel 1903-1904, e come se non bastasse sono state realizzate quando Tamagno si era ormai ritirato dalle scene. Non potremo mai sapere quale sia stato il suo vero valore musicale, ma di certo questo tenore, il cui nome è noto a tutti i torinesi non foss’altro che per il suo mausoleo che svetta come un do di petto al Cimitero Monumentale, ai suoi tempi fu noto per la straordinaria potenza vocale e per lo squillo di “tenore robusto”, e fu il primo interprete di ruoli importanti, fra cui Gabriele Adorno nel Simon Boccanegra e soprattutto quel capolavoro che è Otello, la penultima opera di Verdi, rappresentata alla Scala per la prima volta nel 1887 e per la quale il tenore ricevette indicazioni musicali e sceniche da Giuseppe Verdi in persona.
Proprio a Tamagno e alla sua carriera è dedicata una mostra al Borgo Medievale di Torino. Realizzata dal Teatro Regio in collaborazione con il Borgo Medievale – Fondazione Torino Musei, la mostra rende omaggio ad un autentico mito della lirica, e dà la possibilità di ammirare gli stupendi costumi appartenuti a Tamagno, recentemente acquisiti dal Teatro Regio grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo, e gli oggetti di scena del grande tenore. I costumi saranno esposti nelle suggestive sale della Rocca e nella chiesa del Borgo Medievale fino all’11 maggio.
Francesco Tamagno era nato a Torino, in una vecchia casa alle Basse di Borgo Dora, il 26 dicembre 1850 e morì nella sua principesca villa di Varese il 31 agosto 1905.
I suoi costumi e gli accessori che li corredano sono la testimonianza del privilegio di un artista di livello internazionale, che poteva disporre di un guardaroba personale per ogni personaggio interpretato. Ernani, Otello, Il Trovatore, Aida, Un Ballo in Maschera, Guglielmo Tell, Don Carlo, e tante altre opere rivivono in questi sontuosi costumi, e nelle spade, elmi, cappelli, stivali e scarpe, corone, collane, anelli, bracciali e altre splendide realizzazioni di alto artigianato ottocentesco.
Accanto ai costumi, le date dei debutti dei vari personaggi e dei teatri che l’accolsero illustrano l’incredibile carriera di questo grande artista, che partendo dal Regio toccò i più illustri teatri del mondo. Senza mai dimenticare Torino, alternando concerti e recital in teatri a circoli e salotti, la generosa beneficenza a qualche licenza nelle osterie di Borgo Dora e Porta Palazzo con i vecchi amici d’infanzia.
Nel 1884, quando furono inaugurati la Rocca e il Borgo Medievale costruiti per la Grande Esposizione Generale Italiana a Torino, Francesco Tamagno, al culmine della sua carriera, era in Sudamerica. Ma il tenore non mancò di tornare nella sua città natale in occasione delle grandi manifestazioni organizzate per l’occasione, visitando i Padiglioni dell’Elettricità, delle Scienze e del Lavoro, nonché il Borgo e la Rocca. E proprio alla Rocca si ritrovò in un’atmosfera teatralissima, con un’ambientazione realisticamente medievale tanto rifinita nel dettaglio che persino il personale di sorveglianza del Castello era stato vestito con costumi quattrocenteschi, così simili a quelli dei suoi celebri personaggi.
Info
www.borgomedievaletorino.it
da www.piemontemese.it di giugno 2008
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Dra. Rita Levi, que tem 96 anos recebeu o Prêmio Nobel de Medicina há 19 anos, quando tinha 77 !!!
Rita Levi Montalcini, nasceu em Turín, Itália, em 1909, e obteve o título de Medicina na especialidade de Neurocirurgia.
Eis uma entrevista com a médica no dia 22/12/2005
- Como vai celebrar seus 100 anos?
- Ah, não sei se viverei até lá, e, além disso, não gosto de celebrações. No que eu estou interessada e gosto é no que faço a cada dia.!
- E o que você faz?
- Trabalho para dar uma bolsa de estudos às meninas africanas para que estudem e prosperem ... elas e seus países. E continuo investigando, continuo pensando.
- Não vai se aposentar?
- Jamais! Aposentar-se é destruir cérebros! Muita gente se aposenta e se abandona... E isso mata seu cérebro. E adoece.
- E como está seu cérebro?
- Igual quando tinha 20 anos! Não noto diferença em ilusões nem em capacidade. Amanhã vôo para um congresso médico.
- Mas terá algum limite genético ?
- Não. Meu cérebro vai ter um século, mas não conhece a senilidade. O corpo se enruga, não posso evitar, mas não o cérebro!
- Como você faz isso?
- Possuímos grande plasticidade neural: ainda quando morrem neurônios, os que restam se reorganizam para manter as mesmas funções, mas para isso é conveniente estimulá-los!
- Ajude-me a fazê-lo.
- Mantenha seu cérebro com ilusões, ativo, faca-o trabalhar e ele nunca se degenerará.
- E viverei mais anos?
- Viverá melhor os anos que viver, é isso o interessante. A chave é manter curiosidades, empenho, ter paixões....
- A sua foi a investigação científica...
- Sim, e segue sendo.
- Descobriu como crescem e se renovam as células do sistema nervoso...
- Sim, em 1942: dei o nome de Nerve Growth Factor (NGF, fator do crescimento nervoso), e durante quase meio século houve dúvidas até que foi reconhecida sua validade e, em 1986, me deram o prêmio por isso.
- Como foi que uma garota italiana dos anos vinte converteu-se em neurocientista?
- Desde menina tive o empenho de estudar. Meu pai queria me casar bem, que fosse uma boa esposa, boa mãe... E eu não quis. Fui firme e confessei que queria estudar.
- Seu pai ficou magoado?
- Sim, mas eu não tive uma infância feliz: sentia-me feia, tonta e pouca coisa... Meus irmãos maiores eram muito brilhantes e eu me sentia tão inferior...
- Vejo que isso foi um estímulo...
- Meu estímulo foi também o exemplo do médico Albert Schweitzer, que estava na África para ajudar a curar a lepra. Desejava ajudar aos que sofrem, esse é meu grande sonho.
- E você o tem realizado... com a sua ciência.
- E, hoje, ajudando as meninas da África para que estudem. Lutamos contra a enfermidade, a opressão à mulher nos países islâmicos, por exemplo, além de outras coisas...
- A religião freia o desenvolvimento cognitivo?
- A religião marginaliza muitas vezes a mulher perante o homem, afastando-a do desenvolvimento cognitivo, mas algumas religiões estão tentando corrigir essa posição.
- Existem diferenças entre os cérebros do homem e da mulher?
- Só nas funções cerebrais relacionadas com as emoções, vinculadas ao sistema endócrino. Mas, quanto às funções cognitivas, não há diferença alguma.
- Por que ainda existem poucas cientistas?
- Não é assim! Muitos descobrimentos científicos atribuídos a homens, realmente foram feitos por suas irmãs, esposas e filhas.
- É verdade?
- A inteligência feminina não era admitida e era deixada na sombra. Hoje, felizmente, há mais mulheres que homens na investigação científica: as herdeiras de Hipatia!
- A sábia Alexandrina do século IV...
- Já não vamos acabar assassinadas nas ruas pelos monges cristãos misóginos, como ela. Claro, o mundo tem melhorado algo...
- Ninguém tem tentado assassinar você...
- Durante o fascismo, Mussolini quis imitar Hitler na perseguição dos judeus. E tive que me ocultar por um tempo. Mas não deixei de investigar: tinha meu laboratório em meu quarto... E descobri a apoptose, que é a morte programada das células!
- Por que existe uma alta porcentagem de judeus entre cientistas e intelectuais?
- A exclusão estimula entre os judeus os trabalhos intelectivos e intelectuais: podem proibir tudo, mas não que pensem! E é verdade que há muitos judeus entre os prêmios Nobel...
- Como você explica a loucura nazista?
- Hitler e Mussolini souberam como falar ao povo, onde sempre prevalece o cérebro emocional por cima do neocortical, o intelectual. Conduziram emoções, não razões!
- Isto está acontecendo agora?
- Por que você acha que em muitas escolas nos Estados Unidos é ensinado o creacionismo e não o evolucionismo?
- A ideologia é emoção, é sem razão?
- A razão é filha da imperfeição. Nos invertebrados tudo está programado: são perfeitos. Nós, não. E, ao sermos imperfeitos, temos recorrido à razão, aos valores éticos: discernir entre o bem e o mal é o mais alto grau da evolução darwiniana!
- Você nunca se casou ou teve filhos?
- Não. Entrei no campo do sistema nervoso e fiquei tão fascinada pela sua beleza que decidi dedicar-lhe todo meu tempo, minha vida!
- Lograremos um dia curar o Alzheimer, o Parkinson, a demência senil?
- Curar... O que vamos lograr será frear, atrasar, minimizar todas essas enfermidades.
- Qual é hoje seu grande sonho?
- Que um dia logremos utilizar ao máximo a capacidade cognitiva de nossos cérebros.
- Quando deixou de sentir-se feia?
- Ainda estou consciente de minhas limitações!
- O que tem sido o melhor da sua vida?
- Ajudar aos demais.
- O que você faria hoje se tivesse 20 anos?
- Mas eu estou fazendo!!!!
Nota: Rita Levi-Montalcini; é desde 2001 senadora vitalícia da República Italiana, nomeada diretamente pelo presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Fonte:
http://www.europarl .europa.eu/default.htm
http://www.abc . org.br/sjbic/ curriculo.asp?consulta=montalcini
http://en.wikipedia .org/wiki/Rita_Levi-Montalcini
http://www.leme pt/biografias/80mulheres/levi.html
http://www.netsaber.com ..br/biografias/ver_biografia_c_1500.html
http://www.unesco.it/blog/2005/12/montalcini-mi-occupero-dellafrica.html
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Il Cavaliere Federico Caprilli
Il Cavaliere Federico Caprilli
Il Capitano di Cavalleria Federigo Caprilli ( nato a Livorno , morto a Pinerolo nel 1907), fu un grande innovatore nelle scienze militari e della cavalleria inventando il “Sistema Naturale di Equitazione” che porta il suo nome e che fà sì che il cavaliere assecondi gli istinti e le posizioni naturali del cavallo che permise a molti giovani militari di imparare a cavalcare rapidamente e con sicurezza . A cento anni dalla sua morte , avvenuta a 40 anni cadendo da cavallo, a Pinerolo sono stati organizzati speciali festeggiamenti e mostre unitamente al 23° concorso ippico internazionale di salto ad ostacoli www.aite-italia.com/metodi.asp , www.museocavalleria.it/
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Tandil ricorda Eduardo Olivero, eroe del volo di origine piemontese
L’Istituto Comandante Eduardo Olivero premia annualmente a Tandil (Buenos Aires – Argentina), con il sostegno del Consiglio Comunale, i giovani di Tandil che hanno terminato gli studi e nell’occasione si rende omaggio al monumento al Comandante Eduardo Olivero (1896-1966 ), nato a Tandil da genitori piemontesi .La sua é una epica storia di aviatoire : già a 14 anni volava e a 18 anni , giá ottenuto il brevetto da pilota, ando in Italia a combattere nella guerra 1915-1918 con Squadra Barraca, in cui ha ottenuto 11 onorificenze. Partecipo poi a numerose imprese tra cui il primo volo New York-Buenos Aires
. www.institutoolivero.com.ar/sa/olivero/m-historia.htm
da: Unione Piemontesi del Mondo del 22 dicembre 2006
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Missionario, diplomatico, esploratore in Asia
Dal Piemonte alla Birmania. Un convegno per parlare del religioso piemontese Padre Paolo Abbona
Torino - L'Associazione Immagine per il Piemonte in occasione delle manifestazioni internazionali celebrative per il 200esimo anniversario della nascita, promuove il Convegno Internazionale di studi storici su "Padre Paolo Abbona (1806-1874). Missionario, diplomatico, esploratore in Asia. Dal Piemonte alla Birmania "
L’appuntamento è per il 18 novembre presso la Sala Conferenze dell'Archivio di Stato di Torino.
La commemorazione ufficiale del 200esimo anniversario della nascita di Padre Paolo Abbona si terrà nel suo Paese natale, Monchiero (Cuneo) il 19 novembre con una conferenza storica in Municipio e la deposizione di una corona d'alloro al cippo eretto in piazza Padre Paolo Abbona da parte dell'Associazione Immagine per il Piemonte, alla presenza delle Autorità comunali, del Consiglio Direttivo, dei Soci, dei partecipanti al Convegno internazionale di Studi Storici e di una rappresentanza dei Birmani presenti in Italia.
In occasione delle celebrazioni verrà attivato all'Archivio di Stato di Torino un ufficio postale distaccato dotato di annullo speciale. Un concerto con il maestro Ezio Bosso contribuirà a rievocare l'opera del missionario piemontese.
Il giovane Paolo, come altri due fratelli, scelse la via del sacerdozio; entrò poi nella Compagnia degli Oblati di Maria Vergine a Pinerolo e nel 1839 partì per la Birmania dove operò fino al 1873 . Ben presto divenne un apprezzato consigliere del sovrano mediando tra inglesi e birmani in delicate missioni diplomatiche, tanto da meritare nel 1856 a Calcutta l'ospitalità di Lord Canning (Vicerè delle Indie Inglesi).
Su consiglio di Lord Palmerston ricevette da S. M. re Vittorio Emanuele II la nomina di Cavaliere dell¹Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, a cui si aggiunse quella di Ufficiale; fu insignito inoltre della decorazione di Ufficiale nell'Ordine della Corona d'Italia. Nel 1856 incontrò Cavour e Pio IX, a cui offrì preziosi omaggi dell'Imperatore.
Come esploratore e geografo aprì le comunicazioni con Cina e Tibet (strada di Bammò). Come Plenipotenziario del Re di Sardegna e dell'Imperatore di Birmania preparò il trattato di amicizia e collaborazione, siglato nel 1871, fra i due paesi. Con strumenti scientifici inviati da Cavour interessò la Birmania all'Astronomia. Inoltre in campo agricolo introdusse nel paese asiatico la coltivazione dell'uva bianca con maglioli di viti piemontesi. E fece costruire numerose scuole, chiese, fabbriche e ospedali in Birmania, raccogliendo umili e illustri conversioni.
News ITALIA PRESS del 10/11/06
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Gianni Oliva, assessore alla Cultura
E’ nato a Torino il 26 ottobre 1952 ed a Torino vive anche se la sua passione per la politica è nata in Val Sangone dove è stato assessore a Coazze , paese di origine della sua famiglia, e a Giaveno. Laureato in Lettere, insegnante e preside del Liceo Classico Alfieri di Torino è molto conosciuto come storico in quanto ha pubblicato numerosi libri sulla storia dei Savoia, del Piemonte, della Resistenza manifestando anche in questo modo il suo impegno politico e sociale.
Dal 1999 è stato assessore alla Educazione della Provincia di Torino e dal 2004 ne diventa anche vicepresidente Nelle elezioni 2005 viene eletto in Consiglio regionale con i DS- Democratici di Sinistra proporzionale) ed assume poi l’incarico di Assessore alla Cultura, Patrimonio linguistico e Minoranze linguistiche, Politiche giovanili, Museo Regionale di Scienze Naturali. Attualmente il suo impegno è quello di sostenere una forte rivalutazione del Piemonte della cultura, si pensi al Castello della Venaria, e a rafforzare un sistema culturale di prim’ordine si pensi alle numerose manifestazioni internazionali e musei del Piemonte. Un suo interessante impegno è per il sostegno alle minoranze linguistiche che consoce direttamente in quanto Coazze è in area franco-provenzale.
Recentemente il Suo assessorato ha anche promosso numerose iniziative a favore dei Piemontesi nel Mondo tra l’altro con spettacoli del Gruppo Teatrale di Angrogna, Gipo Farassino e Assemblea Teatro oltre che a sostenere iniziative di rafforzamento della lingua piemontese all’estero. www.giannioliva.it
da: Unione Piemontesi del Mondo del 28 ottobre 2006
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Carlo Vidua di Conzano, tra Piemonte e USA
La figura del Conte, esploratore, scrittore e politico dell'Ottocento, verrà discussa il 12 maggio prossimo in una conferenza, all'interno degli eventi previsti per la Fiera del Libro 2006
Torino - La figura del Conte Carlo Vidua di Conzano, esploratore, scrittore e politico dell'Ottocento, verrà discussa il 12 maggio prossimo in una conferenza tenuta da Vittorio G.Cardinali, all'interno degli eventi previsti per la Fiera del Libro 2006.
Il personaggio di Vidua di Conzano (1785-1830) è poco nota rispetto all'ampiezza e all'importanza delle sue esperienze che si sono sviluppate sempre in alternanza tra il Piemonte, terra d'origine, e i numerosissimi paesi da lui visitati, in particolare gli Stati Uniti .
Nato a Casale Monferrato (AL), già orfano della madre, studiò privatamente a Torino facendo la conoscenza di compagni celebri, tra cui Cesare Balbo e Luigi Provana e iniziò giovanissimo, sospinto da un'indole inquieta e curiosa, a viaggiare per l'Europa. Nel gennaio del 1925 s'imbarcò per l'America, dove visitò New York, Filadelfia, Boston e Washington e conobbe il Presidente degli Stati Uniti John Adams e altri ex presidenti.
Dopo diverse tappe in America Centrale continuò a viaggiare e si diresse nelle Indie dove, in seguito a un banale incidente avvenuto in una solfatara in Indonesia, s'ammalò gravemente e morì mentre veniva trasportato in nave verso il porto di Giacarta, il giorno di Natale dell'anno 1830.
La rivisitazione storica e il ricordo di questa importante figura è resa importante anche dalla notevole quantità di scritti che il Conte ha lasciato ai posteri: tra questi ricordiamo un'edizione delle " Lettere del Conte Carlo Vidua " curata da Cesare Balbo.
Il compito di continuare ad analizzare la sua figura è intensamente portato avanti dall'Associazione Immagine per il Piemonte . Il suo scopo, dichiara il presidente Vittorio G.Cardinali è quello di " contribuire a rivalutare l'immagine del Piemonte attraverso la partecipazione e l'interesse di centinaia di soci e di simpatizzanti, dall'altro poter funzionare come cassa di risonanza, quindi di comunicazione, di realtà culturali e storiche del territorio piemontese, a volte decentrate, ma non certo secondarie. Programma, questo, utile ad individuare e a far emergere quei legami e quelle tradizioni che uniscono la storia e l'arte del Piemonte al continente europeo in un momento storico in cui è necessario e importante uscire dai regionalismi per trovare dimensione e spessore sopranazionali ".
News ITALIA PRESS del 9/5/06
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Flavio Briatore, un piemontese da “Formula 1 ”
E' nato nel 1950 a Verzuolo, in provincia di Cuneo, ma fin da giovane si sentiva stretto a vivere tra i frutteti di Verzuolo e la sua realizzazione l'ha trovata girando il mondo. A chi gli chiede qual'è il segreto del suo successo : bellissime fidanzate, casa a Londra e a New York, capo della squadra corse della Renault dove è arrivato a vincere il campionato di Formula 1 nel 2005, dopo averlo vinto con la Benetton nel 1994, lui risponde sempre “ non avere radici” .
E probabilmente è questo suo essere giramondo che gli ha consentito di avere gloria e successo ma , come ha confessato in una recente intervista televisiva, la maggior parte dei suoi pochi veri amici sono a Verzuolo. Maggiori informazioni www.flaviobriatore.it
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Toronto - E' morto a Toronto, in Canada, Gianrenzo Clivio, docente di lingua e letteratura piemontese di cui è stato grande studioso. Nato a Torino nel 1942 , Laureato e con Master ad Harvard, è stato a lungo professore dell'University of Toronto nel Dipartimento di Studi Italiani.
Clivio, che era stato tra i fondatori del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis di Torino, era Direttore Scientifico degli annuali " Rëscontr antërnassionaj dë studi sla lenga e la literatura piemontèisa " (Incontri internazionali di Studi sulla Lingua e la Letteratura in piemontese). Aveva pubblicato numerosi libri e saggi sulla lingua e letteratura regionale.
Gianrenzo Clivio insegnava Linguistica e Filologia italiana all'Università di Toronto, dove si occupava di storia e morfologia dei dialetti. Celebre rimane la sua definizione di " Lingua della sopravvivenza " , da intendersi come creolo formato dalla lingua d'origine e dalle influenze dell'idioma del luogo, un fenomeno che tende ad accompagnare le comunità linguistiche nell'emigrazione , portandole alla creazione di neologismi in seguito codificabili in un sistema idiomatico a sé stante (come il moderno 'spanglish' , il creolo ispano-americano oggi ampiamente analizzato dai linguisti).
Ma la grande passione del docente rimase per tutta la vita lo studio della lingua della sua regione. " Com as ëscriv Piemont an piemontèis? " (come si scrive " Piemonte " in Piemontese?) si chiedeva Clivio analizzando le vaste problematiche dell'ortografia dell'idioma regionale. Attraverso i suoi lavori, lo studioso contribuì a sostenere la tesi dell'indipendenza della grafia piemontese dalle regole di quella italiana, con la necessità di mantenere il sistema ortografico originale sulla falsariga dello stesso criterio adottato dalla grammatica francese.
News ITALIA PRESS del 31/01/2006
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Michelangelo Pistoletto
Biella, Italia 1933
Michelangelo Pistoletto, esponente di spicco del movimento Arte Povera, nasce a Biella nel 1933. Completati gli studi in tecnica pubblicitaria, apre una propria agenzia e inizia a dipingere, esordendo nel 1955 con un autoritratto. Nel 1958 passa ad indagare la relazione della figura con lo spazio, e per rimuovere la figura dal flusso temporale sceglie sfondi in oro e argento.
Nel 1961 gli sfondi diventano neri e sempre più riflettenti, e l'artista inizia ad applicare carta velina dipinta su acciaio specchiato montato su tela, arrivando ad applicare e poi a serigrafare la fotografia della figura sulla lastra d'acciaio. Protagonista dell'opera è la relazione tra lo spettatore, il suo riflesso e la figura dipinta. Nel 1964 l'indagine passa alle opere in plexiglas, su cui l'artista applica la fotografia dell'oggetto, integrando nella trasparenza l'ambiente circostante. Dal 1967 l'artista collabora a performance e nel 1968 fonda il gruppo Zoo, con cui si dedica ad azioni collettive che uniscono arte, musica e teatro. Negli anni ‘70 torna il tema della specularità con il ciclo Divisione e moltiplicazione dello specchio , in cui le superfici sezionate si riflettono reciprocamente in un rimando senza fine.
Lo specchio viene anche frammentato, per svelare l'inganno della rappresentazione mimetica. Negli anni ‘80 Pistoletto si dedica alla scultura come processo di ricostruzione di frammenti tratti dalla memoria collettiva e individuale. Il riferimento alla scultura classica é funzionale, poiché evoca un tempo in cui la collettività si riconosce in un'opera che veicola contenuti specifici. A partire dal 1989 Pistoletto tende sempre più a raggruppare la sua produzione in sistemi organici. Pistoletto partecipa alle mostre legate all'Arte Povera, ma espone più volte anche alla Biennale di Venezia, a Documenta di Kassel, alla Biennale di San Paolo, e tiene mostre personali nei maggiori musei del mondo, tra cui il Museum of Modern Art di San Francisco, il P.S.1 di New York, il National Museum of Contemporary Art di Seul e la retrospettiva alla Galleria d'Arte Moderna di Roma nel 1990. Nel 1994 crea il Progetto Arte che si esprime nella Fondazione Pistoletto di Biella, in cui concretizza il principio di creatività collettiva, legato anche alla responsabilità sociale dell'arte.
da www.mostre.fondazione-crmo.it
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Fausto Coppi , una leggenda in bicicletta
Una mostra, un premio, un libro: cosi' è stato ricordato il 'campionissimo' Fausto Coppi a 46 anni dalla morte avvenuta il 2 gennaio 1960 per la malaria contratta in un viaggio in Africa. Fausto Coppi non è stato solo uno dei più gradi campioni del ciclismo ma è stato , in coppia con Gino Bartali, il segno ed il sogno di un tempo , dell'Italia che usciva dalla guerra e che aspirava ad un futuro migliore. Le sue leggendarie vittorie sulle montagne , al Giro d'Italia ed al Tour de France davano ad un tempo orgoglio e motivazione a chi sperava in un futuro migliore.
A Castellania, paese natale di Coppi, sono stati consegnati i premi 'Welcome Castellania'. In municipio e' allestita una mostra personale del pittore novese Teresio Ferrari mentre a Novi Ligure, appuntamento al Museo di Campionissimi per la presentazione del libro 'Storia e leggenda del grande ciclismo'. www.faustocoppi.it , www.museodeicampionissimi.it
Unione Piemontesi del Mondo
07/01 2006
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Arturo Brachetti, un trasformista dai 1000 volti
Dopo il grande Fregoli per molti decenni il teatro non aveva più un grande trasformista fino a quando questo spazio è stato occupato superbamente da Arturo Brachetti, torinese di nascita e di cuore, che unico al mondo riesce a fare 80 personaggi in 2 ore interpretando da solo tutti i personaggi recitando indifferentemente in italiano, francese o inglese. Le sue tournee vanno dal Canada alla Germania , dagli Stati Uniti alla Francia dove i francesi gli hanno assegnato il prestigioso premio Moliere , intervallate dalla sua attività di regista per spettacoli di varietà ,e nel suo futuro c’è Broadway dove Woody Allen stà, dopo averlo visto a Parigi, facendo allestire per lui un recital .
Da molti anni sulla scena internazionale Arturo affascina il pubblico con le sue storie semplici dove è l’artista e non gli effetti laser che riescono dare emozioni e creare stupore .La sua vita è tutta una magia ed allora i suoi trucchi “magici “ non si sono fermati sul palcoscenico ma li ha trasferiti anche nella sua nuova casa in centro a Torino città di cui sente la mancanza quando è in tournee e a cui torna sempre con piacere. www.brachetti.com
Unione Piemontesi del Mondo
08/10/2005
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Sonia Gandhi
Grandi italiani nel mondo
Dal Piemonte all’India, Sonia Gandhi in un film
Omaggio cinematografico all'italiana che avrebbe dovuto guidare il Paese asiatico
Roma – La storia di Sonia Gandhi sarà presto un film. La stampa indiana ne parla da tempo, ma solo in questi giorni la notizia della concretizzazione del progetto è stata ufficializzata: il regista di "Sonia" – questo il titolo scelto e già trapelato - sarà Jag Mundra e la produzione britannica ha previsto un budget di 7 milioni di dollari.
La vicenda di una ragazza italiana, nata Maino, partita dal Piemonte e oggi leader del Partito del Congresso indiano, che un anno fa vinse le elezioni e che ha persino rinunciato a essere Premier dell'India verrà raccontata da un regista indiano che vive negli Emirati Arabi.
La sceneggiatura sui cui dovrebbe basarsi il film è tratta dalla biografia di Sonia Gandhi scritta dal giornalista indiano Rasheed Kidwai: si aprirà con la sua rinuncia nel maggio 2004 alla guida del Paese, per poi tornare indietro nel tempo a raccontare il matrimonio con Rajiv, il rapporto con la suocera Indira, e l'impegno politico successivo all'assassinio del marito nel 1998.
Per interpretare quella che era candidata ad essere il primo - e forse unico nella storia - premier italiano dell'India, Mundra pare abbia puntato su Monica Bellucci: secondo la stampa indiana, l'attrice italiana trapiantata in Francia avrebbe preso del tempo per decidere e non avrebbe ancora palesato la sua decisione in merito.
L'uscita di Sonia è prevista nel 2006.
Mundra è un regista già conosciuto in India per i suoi contributi alla storia delle donne; nel suo annuncio del film ha parlato del suo entusiasmo per il progetto che giudica un omaggio a un personaggio che si distingue.
News ITALIA PRESS
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Sua Altezza Reale
il Príncipe Amedeo di Savoia - Duca d'Aosta

Appartenente al ramo Savoia della Casa Reale d'Italia.Suo nono Amedeo, primo Duca d'Aosta, era figlio del Re Vittorio Emanuele II e dal 1870 al 1873 é stato Re di Spagna.Suo padre, Emanuele Filiberto, secondo Duca d'Aosta, é stato um eroe della I Guerra Mondiale, Comandante della III Armata, ha voluto essere sepolto a Redipuglia, in mezzo ai suoi soldati.
Nasce il 21 ottobre 1898 a Torino ed assume il titolo di Duca delle Puglie.Nel 1915, a diciassette anni, si arruola in Artiglieria – come vuole la tradizione di famiglia – per combattere nella I Guerra Mondiale ed é il piú giovane volontario dell'Esercito Italiano.
Divenuto caporale segue um corso di allievi ufficiali e nel 1917 é promosso capitano d'Artiglieria per meriti di guerra.Nel 192 trascorre um anno in África, lavorando in incógnito come semplice operaio.Dietro l'esempio della zio, Duca degli Abruzzi, ama profondamente l'Africa e si dedichierá per tutta la sua vita a cercare di risolverne i problemi.
Nel luglio 1926 prende il brevetto di pilota: dopo l'Africa il volo fu la sua grande passione.Il 5 novembre 1927 si sposa a Napoli com la Principessa Anna di Guisa.
Nel 1931 viene decorato com medaglia d'Argento al Valor Militare per lê operazioni aeronautiche in Cirenaica.
Il 4 luglio 1931 diventa il terzo Duca d'Aosta, alla morte del padre.
Il 21 novembre 1937 viene nominato Viceré d'Etiopia .Allo scopio della guerra – 1º giugno 1940 – assume il Comando Supremo di tutte le Forze Armate dell Africa Orientale Italiana.
Accerchiato all'Amba Alagi da sovrastanti forze inglese , il Duca d'Aosta per evitare un inutile massacro si arrende il 7 maggio 1941, ottenendo l'onore delle armi.
Il 3 marzo 1942 muore in prigionia a Nairobi.
Il suo nome significa: “ Colui che ama Dio”.Uomo eccezionale, altissimo (mt. 1,98), sovrastó molti contemporanei anche per statura morale.
Diceva: “Essere principi non ha senso, se non si é capaci di farsi valere come uomo”.
Combattente coraggioso, aviatore esperto, africanista appassionato.Parlava quattro ligue e sette dialetti africani.
Do gusti semplici, dormiva su una branda militare, si alzava alle 6, pranzava in venti minuti, non beveva vino, fumava la pipa, amava la puntualitá.Detestava la mondanitá, amava la terra e la natura, era profondamente religioso, senza essere bigotto.
Alla sua morte, il Papa Pio XII ha commentato: “ Era una bella figura di cristiano, di principe e di soldato. É morto bene nella sua fede cattolica”.
É sepolto in mezzo ai soldati, come suo padre.
Ha lasciato scritto: “ I piú bei monumenti, quelli piú duraturi, sono quelli costruiti nel cuore della gente “.
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Dr. Burzio
A Sra. Regina Lima de Mello, autora do livro VIDAS, que foi lançado em Ponta Grossa, Paraná, no dia 20 de setembro p.p., quando nos apresenta a figura central de sua pesquisa, o médico piemontês Dr. Francesco Burzio, escreve: “um grande homem influencia seus semelhantes por duas maneiras: por sua personalidade e pela idéia que ele apresenta (S. Freud).”
E continua: “Acreditamos que o Dr. Burzio, pela força catalisadora de sua personalidade e, por ter exposto sem temor as suas idéias, foi o que se pode chamar um grande homem”.
Como foi que a Associação Piemontesi nel Mondo chegou até o Dr. Burzio? Através de um outro grande médico, muito conhecido da comunidade italiana, o Dr. Guglielmo Mistrorigo, meio vêneto, meio piemontês, muito italiano e um grande brasileiro.
Como dizíamos, através do neto do Dr. Burzio, tivemos o ensejo de conhecer esta grande figura e fomos convidados a participar do lançamento de um livro em sua homenagem, além da colocação em duas placas, uma na Santa Casa de Ponta Grossa e a outra no Hotel Planalto Palace aonde ele se hospedava com a família depois de ter se transferido para São Paulo.
Portadores de um diploma de curso superior, dotados de uma formação e bagagem cultural diferenciadas, os médicos italianos no Brasil tiveram um papel preponderante na área da saúde, não só como pesquisadores e cientistas, filantropos nos hospitais e santas casas e, por que não dizer, verdadeiros missionários a serviço da ciência e da humanidade.
Além disso, todos estes profissionais apresentam traços bem nítidos de apego à família e de uma ligação profunda com a pátria distante, que continua sempre muito viva e presente em suas vidas. Muitos deles voltaram à Itália durante a Grande Guerra, como também durante a Segunda Guerra Mundial imbuídos muito mais de amor à Itália e com sentido humanitário, do que impelidos por ideais políticos. Dr. Francesco Burzio se encaixa perfeitamente neste perfil.
FRANCISCO BÚRZIO, ou melhor dizendo, FRANCESCO BURZIO

Francesco Giuseppe Maria Burzio nasceu em Poirino, província de Turim na região do Piemonte (Itália) em 20 de setembro de 1875. Foi filho de Tommazo Burzio e de Caterina Brossa, família de antigas raízes na região.
Estudou na Universidade de Turim, onde concluiu o curso de medicina em 1900, tendo sido aluno de famosos professores da época e fazendo estágios em hospitais importantes.
Com 28 anos (1903), ainda muito jovem, resolveu vir para o Brasil, e o fez com coragem e determinação, mas, ao mesmo tempo, de maneira muito discreta como é característica de quase todos os piemonteses.
Instalou-se primeiro em Urussanga, S.C., depois em Laguna e em 1908 mudou-se para Ponta Grossa, P.R.
Já no dia 19 de agosto deste ano, lia-se no Indicador Profissional do jornal “Progresso de Ponta Grossa” : “Doutor Francisco Búrzio, médico diplomado pela Faculdade de Medicina de Turim, Itália, e aprovado pela Faculdade de Medicina de Pôrto Alegre – Assistente honorário dos hospitais São João e Mauriciano de Turim – Operações de alta cirurgia – Análises microscópicas e bacteriológicas – Clínica geral...GRÁTIS AOS POBRES. Era o início de uma missão”.
Permaneceu por longos anos em Ponta Grossa, com pequena passagem por Curitiba.
Por seus dotes pessoais e competência profissional, obteve o respeito dos seus pares e o amor do povo.
Foi membro da Loja Maçônica Fraternidade Lagunense e da Loja Amor e Caridade II, de Ponta Grossa.
A Santa Casa de Misericórdia tem, desde 1927, um pavilhão Dr. Burzio, em sua homenagem, e a cidade, uma rua com seu nome. Recebeu muitas homenagens mas nunca perdeu o amor à profissão e ao seu magnânimo exercício.
Casou-se com Isabella Alessi Burzio, não teve filhos, tendo adotado uma filha de D. Isabella, Maria, que foi sua herdeira.
Faleceu em São Paulo em 17/04/1961 e está enterrado no cemitério São José, de Ponta Grossa, por seu desejo expresso.
A Associação Piemontesi nel Mondo de São Paulo foi convidada a participar das comemorações de 128 anos de aniversário de nascimento do Dr. Burzio com o lançamento do livro VIDAS de Regina Lima de Mello que, como ela mesma diz “recupera a trajetória deste memorável médico italiano que, durante décadas atuou em Ponta Grossa e, de seus colaboradores mais próximos, o enfermeiro Paulino e o farmacêutico Milasch”.
Foram dois dias de intensa programação, desde o encontro na noite do dia 19 na casa de uma das netas de Dr. Burzio, a senhora Caterina Mistrorigo Barbosa e com a presença de quase todos os seus familiares netos e bisnetos até o lançamento do livro no dia 20 à noite.
No dia 20, pela manhã, os Drs. Guglielmo Mistrorigo e Orlando Moro descerraram uma placa comemorativa na Santa Casa de Misericórdia de Ponta Grossa, em homenagem ao primeiro cirurgião da casa e, ambos, muito emocionados relembraram o avô e colega.
Dr. Orlando Moro falou de seus primeiros anos de prática da medicina e da influência determinante que o Dr. Burzio exerceu em sua vida. Tudo isto em um discurso “improvisado” que como ele jocosamente explicou, trouxe por escrito, dada sua idade avançada.
Já o Dr. Mistrorigo muito comovido relembrou sua infância ao lado do avô e os ensinamentos deixados por ele. Segundo o conceituado ortopedista, a figura do Dr. Burzio foi decisiva em sua escolha profissional. E acrescentou com muito humor, que, ao se formar, não quis exercer a medicina em Ponta Grossa, embora tivesse sido convidado várias vezes porque na cidade ele seria somente o “neto do Dr. Burzio”.
Concluindo a cerimônia, falaram o médico Fábio Mansani em nome do corpo clínico do hospital e o provedor da Santa Casa, o advogado Paulo Hilgenberg que comunicou a instituição de um prêmio para todos aqueles cirurgiões que trabalharam ou que atuam atualmente na Santa Casa e que levará o nome do Dr. Burzio.
Seguimos depois para o novo museu histórico da Universidade de Ponta Grossa, o Museu Campos Gerais (O Museu está cadastrado na Coordenadoria do Sistema Estadual de Museus da Secretaria de Estado da Cultura do Paraná (1995), no Cadastro Geral de Museus Universitários da USP, no Guia de Museus Brasileiros – São Paulo (1996) e no Fórum Permanente de Museus Universitários (1997). Ali foi aberta uma exposição sobre o médico piemontês com muitas peças, documentos e livros doados sobretudo pela família.
À noite, enfim, vimos um salão repleto de pessoas (mais de 200) e surpreendentemente a maioria delas, mesmo as mais jovens, tinham alguma coisa para nos dizer sobre a presença do Dr. Burzio na vida de suas famílias.
Gostaríamos de agradecer de público à família do Dr. Burzio e, de maneira particular à Sra. Regina Lima de Mello pelo exaustivo trabalho de pesquisa realizado e pela 1ª edição tão bem elaborada do livro VIDAS. (VIDAS – Mello, Regina Lima. Ponta Grossa: Editora PALLOTTI, Edição do Autor, 2003).
Como italianos em primeiro lugar, como piemonteses em particular, foi com muita alegria que nos vimos fazendo parte de tudo isso.
Ao Dr. Francesco Burzio que não tivemos o prazer de conhecer pessoalmente, piemontês a quem Ponta Grossa muito deve, de quem Poirino sem dúvida se orgulha, (Na edição do dia 20 de setembro de 2003 do jornal de Chieri saiu a manchete: BRASILE, CENT'ANNI FA, C'ERA UN MEDICO EROE ), nós todos, piemonteses, italianos e brasileiros expressamos o nosso eterno reconhecimento.
Cecília Maria Gasparini Manassero